L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha avvertito nel suo ultimo rapporto che la guerra in Iran sta creando la “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, con una riduzione della produzione di petrolio e gas in Medio Oriente di almeno dieci milioni di barili al giorno. Per questo motivo l’Agenzia ha approvato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza dei Paesi che ne fanno parte (32 membri e 13 associati), vale a dire più del doppio dei 182 milioni di barili rilasciati all’inizio della guerra in Ucraina. Da parte sua, l’Ue si è sforzata di mostrare calma: dopo aver riunito il “gruppo di coordinamento sul petrolio”, ha dichiarato che «Non sono emerse preoccupazioni immediate sulla sicurezza delle forniture» e, secondo la portavoce dei gruppi di coordinamento Ue sul petrolio e sul gas, «c’è maggiore preoccupazione per l’aumento dei prezzi». Tuttavia, la decisione della nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz prospetta un peggioramento della situazione, considerato che dallo Stretto passano il 20% delle forniture globali di petrolio e GNL.
Secondo il rapporto dell’AIE, «in assenza di una rapida ripresa dei flussi di trasporto, le perdite di approvvigionamento sono destinate ad aumentare», prevedendo un calo globale della produzione di petrolio di 8 milioni di barili al giorno quest’anno, con le riduzioni in Medio Oriente che potrebbero essere parzialmente compensate dall’aumento della produzione dei Paesi non-OPEC plus, tra cui Kazakistan e Russia. Non a caso, il presidente statunitense Donald Trump ha suggerito a di sospendere le sanzioni statunitensi sul petrolio straniero, compreso quello russo, nel tentativo di fare scendere i prezzi globali, mentre il presidente russo Vladimir Putin ha colto la palla al balzo offrendo di ripristinare le forniture di gas e petrolio all’Ue. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una licenza di 30 giorni che consente ai paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi bloccati in mare. Ciò interesserà 100 milioni di barili di greggio russo, pari a quasi un giorno di produzione mondiale, secondo l’inviato presidenziale russo Kirill Dmitriev. Nel frattempo, nonostante la sospensione delle sanzioni sul petrolio da parte degli USA e l’iniziativa dell’AIE di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve, il prezzo degli idrocarburi è aumentato, con il prezzo del greggio di nuovo sopra i 100 dollari al barile.
A determinare l’interruzione della produzione di petrolio nella regione, oltre alla chiusura dello stretto di Hormuz da cui transitano le navi cariche di barili, sono stati anche i danni diretti agli impianti energetici della regione: gli attacchi israeliani, ad esempio, hanno colpito gli impianti petroliferi di Teheran, oltre a raffinerie e depositi in varie parti della città, trasformando la capitale iraniana in un inferno di fuoco. A sua volta, l’Iran ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche regionali se i raid di USA e Israele continueranno a colpire quelle iraniane e ha già colpito alcuni depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo. «Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra», ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
Importanti riduzioni dell’offerta si registrano in Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il colosso petrolifero statale degli Emirati Arabi Uniti ADNOC ha chiuso la raffineria di Ruwais, con una capacità di 922.000 barili al giorno, dopo che l’attacco di un drone ha provocato un incendio, secondo quanto riferito martedì da una fonte all’agenzia di stampa Reuters. Un altro incendio è scoppiato anche nel porto di Fujairah, un importante snodo globale per lo stoccaggio e il rifornimento di petrolio. In Iraq, la produzione dei principali giacimenti petroliferi meridionali è crollata del 70%, passando da 4,3 milioni di barili al giorno a soli 1,3 milioni, mentre il Qatar ha interrotto le operazioni presso i suoi impianti di GNL il 2 marzo, interessando uno dei più grandi impianti al mondo e una fonte che fornisce circa il 20% del GNL globale. Il 4 marzo ha dichiarato lo stato di forza maggiore sulle spedizioni di GNL.
Nonostante la grave crisi di produzione in Medio Oriente, per ora la situazione risulta ancora sotto controllo. Nel rapporto dell’AIE si legge che «I paesi consumatori dispongono di ingenti quantità di petrolio in deposito per compensare perdite temporanee di approvvigionamento. Le scorte globali di greggio e derivati sono attualmente stimate a oltre 8,2 miliardi di barili, il livello più alto da febbraio 2021». Dall’inizio del conflitto, i prezzi del gas sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27 per cento. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha dichiarato che il blocco sta valutando la possibilità di porre un tetto massimo ai prezzi del gas per aiutare i consumatori. Secondo l’AIE, l’impatto finale del conflitto sui prezzi del petrolio e del gas dipenderà «in modo determinante, dalla durata delle interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz». Inoltre, l’agenzia sottolinea anche come le scorte di emergenza, pur fornendo una soluzione immediata, in assenza di una rapida risoluzione del conflitto, rimangono una misura tampone. In altri termini, più il conflitto si prolunga, più rischia di creare una crisi economica globale con ripercussioni importanti sugli assetti e gli equilibri internazionali.




