Immaginate un pugno di polvere. Non quella morbida e arruffata che si accumula sui nostri pavimenti: questa è diversa, tagliente come vetro, sterile, satura di metalli pesanti, priva di qualunque traccia di vita. È regolite lunare e da miliardi di anni ricopre la superficie della Luna come una coltre ostile, mai toccata da una radice. Eppure, in quella polvere, un cece ha messo radici. Ha germogliato, è cresciuto, ha prodotto semi. Per la prima volta nella storia. La storia è racchiusa in uno studio pubblicato su Scientific Reports, frutto di una collaborazione tra l’Università del Texas ad Austin e la Texas A&M University. A guidarlo Jessica Atkin, dottoranda in Scienze del suolo, e Sara Oliveira Santos, ricercatrice della University of Texas Institute for Geophysics. Due donne, un laboratorio, una domanda che sembrava fantascienza: si può coltivare cibo sulla Luna?
Per capire la portata di quello che è successo, bisogna sapere cosa rende la regolite così ostile. Non è solo questione di composizione chimica. Il problema è più profondo: a differenza del suolo terrestre, la regolite non contiene microorganismi né materia organica. È roccia frantumata. Inoltre le particelle non trattengono l’acqua, che viene drenata senza lasciare traccia, privando la pianta di ogni idratazione.
Per aggirare questi ostacoli, le ricercatrici hanno costruito la loro ricetta dell’impossibile con tre ingredienti. Il primo: il vermicompost, i rifiuti digeriti dai lombrichi della specie Eisenia fetida, che è un fertilizzante ricchissimo ricavabile dagli scarti organici di una missione spaziale. Un ciclo virtuoso: i rifiuti degli astronauti diventano nutrimento per le piante che li sfamano. Il secondo: le micorrize arbuscolari, funghi simbiotici con cui le radici formano un’alleanza antichissima. Sono stati loro, miliardi di anni fa, a permettere alle prime piante di colonizzare la terraferma. Ora, forse, toccherà a un altro mondo. I funghi aiutano ad assorbire i nutrienti e fungono da scudo contro i metalli pesanti. Il terzo: un sistema di irrigazione a stoppino di cotone, per portare l’acqua direttamente alle radici senza affidarsi al suolo.
I risultati hanno confermato insieme la speranza e i suoi limiti. Miscele fino al 75% di simulante lunare hanno consentito la produzione di ceci raccoglibili. Oltre quella soglia, le piante cedevano: foglie ingiallite, crescita stentata, fioritura mancata. Nel 100% di regolite, i semi sono morti. Ma le piante trattate con i funghi sono sopravvissute molto più a lungo. E i funghi si sono insediati nel substrato, aprendo la strada a un ecosistema potenzialmente autosufficiente.
Una domanda però resta aperta, e non è secondaria: quei ceci si possono mangiare? I chicchi sono in fase di analisi per verificare l’accumulo di metalli pesanti. Finché i test non saranno completati, nessuno li assaggerà. Tutto questo accade mentre la NASA prepara la missione Artemis e mentre Stati Uniti e Cina progettano basi permanenti sulla Luna. Nutrire chi ci vivrà è urgente quanto sapere come respirare, anche perché ogni chilo di cibo lanciato dalla Terra costa migliaia di dollari. Una fattoria lunare che rappresenta una infrastruttura vitale per i futuri piani di inviare nuove missioni umane sul satellite terrestre, che questa volta potrebbero avere l’obiettivo di avviarne la colonizzazione e lo sfruttamento estrattivo.
*Foto della University of Texas Institute for Geophysics




