Nei dodici mesi del 2025, il sistema penitenziario italiano ha registrato 254 decessi tra i detenuti, con un aumento rispetto ai 246 attestati nell’anno precedente. Lo attesta l’ultimo report del Garante dei Detenuti, da cui emerge però un fenomeno specifico e allarmante: a subire un’impennata, passando dai 16 casi del 2024 ai 50 dello scorso anno, sono i decessi classificati come «cause da accertare». Questo forte incremento – i casi sono più che triplicati – richiede, secondo il rapporto, «un’indagine per comprenderne le ragioni e adottare eventuali misure correttive». L’aumento dei decessi avviene in un contesto di costante crescita della popolazione carceraria, che ha raggiunto una presenza media di 62.841 unità, con un incremento che ha toccato quasi il 17% rispetto al 2021.
Nello specifico, la categoria «cause da accertare» tiene in considerazione quei decessi le cui ragioni, almeno al momento della rilevazione statistica, non sono ancora state determinate con certezza. Il report ricorda come i fattori da cui ciò può dipendere siano vari. Tra questi, ci sono ad esempio accertamenti medico-legali ancora in corso, risultati dell’autopsia non ancora disponibili, il fatto che l’evento richieda ancora ulteriori accertamenti o che l’indagine dell’evento sia stata presa in carico dall’autorità giudiziaria. Si tratta dunque di una classificazione provvisoria, destinata a essere ricondotta, una volta completati gli esami, ad altre voci, come cause naturali, suicidio o omicidio.
Nell’analisi complessiva, i 254 decessi del 2025 si suddividono in 125 per cause naturali (quasi la metà del totale) e 76 suicidi, oltre appunto ai 50 in attesa di accertamento e a 3 decessi accidentali. Il report sottolinea come il numero di suicidi, pur in calo rispetto agli 83 del 2024, resti un’emergenza, con un’incidenza maggiore tra la popolazione straniera (1,74%) rispetto a quella italiana (0,95%) e tra le donne (2,18%) rispetto agli uomini (1,15%). Tra queste, 14 morti sono state registrati come “Esterno istituto”: si riferiscono a soggetti deceduti al di fuori delle strutture carcerarie, ad esempio in occasione di trasferimenti ospedalieri, ricoveri sanitari o, in altri casi, durante permessi o misure alternative alla detenzione.
L’analisi territoriale mostra una concentrazione drammatica in alcune regioni. La Campania e la Lombardia guidano la triste classifica con 40 decessi ciascuna, seguite dal Lazio con 30. Solo in tre regioni si concentra quasi un terzo della mortalità carceraria nazionale. All’interno del rapporto si evidenzia in maniera significativa il fenomeno del sovraffollamento. I numeri sono chiari: all’interno dei 55 istituti in cui si sono verificati suicidi, l’indice medio di affollamento si attesta al 151,50%, con punte che superano il 200% in strutture come Milano San Vittore e Foggia. In media, si legge nel documento, «per ogni 100 posti regolamentari disponibili sono presenti circa 152 detenuti». Gli effetti che questa compressione comporta «in termini di spazi vitali, accesso ai servizi, possibilità di svolgere attività trattamentali e condizioni igienico-sanitarie» rappresentano fattori che incidono anche «nella considerazione del quadro delle ampi vicende suicidaria», ricorda il Garante.
Osservando le statistiche sui decessi, emerge un quadro di fragilità diffusa. Tra le persone decedute per cause naturali, l’età media è di 51 anni, significativamente inferiore all’aspettativa di vita della popolazione generale, e ben 41 detenuti (il 33% del totale) avevano una pena residua pari o inferiore ai tre anni, che avrebbe potuto consentire loro un prossimo ritorno in libertà. L’analisi dei suicidi rivela che ben 46 vittime (la maggioranza, dunque) erano state precedentemente coinvolte in eventi critici di auto-danno intenzionale; tra queste, 17 erano state protagoniste di precedenti tentativi di suicidio. In chiusura, il Garante afferma che i numeri contenuti nel rapporto «sollecitano analisi individualizzate da parte delle Amministrazioni interessate, quella penitenziaria e il servizio sanitario nelle sue articolazioni territoriali».




