venerdì 6 Marzo 2026

Frontaliers Sabotage: la commedia sui frontalieri italiani che batte Hollywood al botteghino

«Qui si parla itagliano». Bastano quattro parole – diventate un tormentone oltreconfine – per capire perché Frontaliers funzioni oltre ogni previsione: prende un pezzo di quotidiano (la dogana, i frontalieri, le incomprensioni linguistiche) e lo trasforma in epopea pop, con la serietà solo apparente di chi sa che, a volte, la frontiera più dura da attraversare è quella tra due modi di vivere. Oggi quell’epopea ha un nuovo capitolo: Frontaliers Sabotage, uscito nelle sale ticinesi il 1° gennaio 2026. E la storia del suo “miracolo” al botteghino ha già il sapore della leggenda locale: durante le festività, in Canton Ticino, il film, con oltre quindicimila spettatori nelle sale è riuscito a reggere il confronto con colossi (nelle cronache si parla perfino di una convivenza “da pari a pari” con Avatar), in un momento in cui l’attenzione del pubblico è normalmente risucchiata dalle major.

Per capire come ci siano arrivati Roberto Bussenghi e Loris J. Bernasconi – il frontaliere e il doganiere protagonisti – bisogna tornare indietro. Frontaliers nasce nel 2007 come show radiofonico della RSI e poi esplode in video, costruendo un immaginario fatto di dialetto, rigore svizzero e furbizia italiana, con l’“itagliano” come lingua franca della frontiera. Molte battute si basano infatti sulle incomprensioni linguistiche tra gli italiani che si recano in Svizzera e i ticinesi che utilizzano termini tutti loro. Un esempio su tutti sono i “bilux”, i fanali della macchina in ticinese, da cui nasce la frase cult con cui il doganiere accoglie il frontaliere: “Biluxa a fare, lei?”, chiede, dopo che l’automobilista aveva “sfanalato” arrivando ai controlli.

Il passaggio al cinema arriva con Frontaliers Disaster (2017): il regista Alberto Meroni, in un’intervista, ricorda un’accoglienza da numeri importanti – oltre 35mila spettatori e quasi mille proiezioni – che rendeva quasi inevitabile un seguito, anche se, tra pandemia e scrittura, ci sono voluti otto anni.

Il nuovo capitolo cinematografico riparte alzando l’asticella: non più solo dogana e ufficio, ma addirittura un complotto contro l’identità svizzera. L’innesco è da commedia d’azione: un sabotaggio colpisce una fabbrica di cioccolato a Giubiasco, alterando il gusto di uno dei simboli nazionali. La risposta? Una task force segreta reclutata in tutto il Paese, addestrata in ambienti militari. E naturalmente, nel meccanismo perfetto, entra “di straforo” Bussenghi a scompaginare piani, procedure e autocontrollo elvetico: la ricetta del film dell’esordio, insomma, ma con più inseguimenti e la stessa capacità di far ridere sulle frizioni reali tra due mondi che si sfiorano ogni mattina.

A rendere l’operazione ancora più “transfrontaliera” è il cast. Oltre ai volti storici, il film ospita nomi noti anche per il pubblico italiano: Enzo Iacchetti interpreta il primo ministro italiano (una comparsata lampo), mentre Giovanni Cacioppo veste i panni del presunto “mandante” Tonino Cioccoviello.

I numeri, nel frattempo, parlano da soli. La RSI ha raccontato che, nel weekend d’apertura, il film è entrato nella top ten nazionale (pur essendo proiettato inizialmente solo in Ticino), con un incasso di oltre 50mila franchi. E nel racconto del box office cantonale, mentre Checco Zalone guidava la classifica, Frontaliers Sabotage si è attestato al secondo posto in un periodo affollato di titoli forti, Avatar incluso.

La seconda parte dell’epopea, adesso, è quella italiana. Il film è sbarcato da poco sulla “striscia di confine” e una delle prime tappe è stata Varese, con proiezioni-evento sold out e incontro con cast e regista. Una commedia nata da un’esperienza geografica ultra-specifica (la frontiera italo-svizzera) riesce a diventare racconto condiviso anche al di qua, perché parla di un confine che molti conoscono – o che, almeno, intuiscono – e lo fa con la leggerezza giusta.

Un successo che si inserisce in una tradizione comica che in Italia ha già raccontato con ironia la vita di frontiera tra Lombardia e Svizzera. Molti ricorderanno gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo, diventati celebri tra gli anni Novanta e Duemila, ambientati proprio sul confine con personaggi, come il signor Rezzonico, il poliziotto svizzero Hüber, inflessibile custode dell’ordine elvetico e lo stilista milanese Fausto Gervasoni, caricatura irresistibile dell’italiano eccentrico. Il motore della comicità era lo stesso: lo scontro tra due mondi vicinissimi ma pieni di differenze, dove bastano un accento, una regola o un malinteso per far nascere una scena memorabile.

Ed è forse proprio qui che sta il segreto del successo. Non sono supereroi, non salvano il mondo e non hanno effetti speciali da blockbuster. Raccontano semplicemente la vita di frontiera, quella fatta di dogane, accenti, piccole diffidenze e grandi abitudini condivise. Un microcosmo che, tra una gag e l’altra, finisce per parlare a molti più spettatori di quanto ci si aspetterebbe. Perché, in fondo, tra Italia e Svizzera il confine fisico e mentale è reale, ma forse può bastare una battuta ben riuscita per attraversarlo.

Avatar photo

Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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