venerdì 6 Marzo 2026

Commissione anti-fake news: al Senato nasce l’organismo che vuole “difendere la verità”

Monitorare e contrastare la manipolazione delle notizie e la disinformazione online, che «costituiscono strumenti primari della cosiddetta guerra ibrida condotta da soggetti esteri». È con questo obbiettivo che il Senato ha dato il via libera alla nascita di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione delle fake news. Un organismo che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe analizzare e contrastare il fenomeno delle campagne informative manipolate che circolano in rete e sui social media. La votazione, avvenuta a Palazzo Madama, ha registrato un ampio consenso tra le forze politiche, con l’unica astensione del Movimento 5 Stelle.

Come tutte le commissioni d’inchiesta previste dall’articolo 82 della Costituzione, potrà svolgere attività di indagine con poteri analoghi a quelli dell’autorità giudiziaria per quanto riguarda l’acquisizione di documenti e l’audizione di testimoni ed esperti. Il suo mandato sarà quello di analizzare la diffusione intenzionale e coordinata di informazioni false o manipolate, con particolare attenzione al ruolo delle piattaforme digitali e dei social network. Tra i temi che potrebbero essere affrontati figurano le campagne di disinformazione organizzata, i deepfake, le operazioni di influenza online e le possibili interferenze informative nel dibattito pubblico, come ha spiegato Raffaella Paita, senatrice di Italia Viva e prima proponente della commissione (che aveva provato a lanciare già nel 2020). L’obiettivo dichiarato dai promotori è comprendere meglio come si sviluppano e si diffondono le campagne di manipolazione informativa e valutare eventuali strumenti normativi o regolatori per limitarne l’impatto. In questo senso, la commissione avrà soprattutto una funzione conoscitiva: raccogliere dati, ascoltare specialisti del settore, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle piattaforme digitali.

La proposta è stata approvata con un consenso molto ampio a Palazzo Madama. La maggior parte delle forze politiche ha sostenuto l’istituzione della commissione, mentre il Movimento 5 Stelle ha scelto di astenersi, esprimendo dubbi sull’opportunità di creare un organismo parlamentare dedicato a valutare la qualità dell’informazione. Secondo diversi parlamentari intervenuti nel dibattito, la diffusione massiccia di contenuti falsi o manipolati rappresenterebbe una delle nuove sfide per le democrazie contemporanee. Negli ultimi anni, la disinformazione online è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico europeo e, in questo contesto più ampio, anche le istituzioni stanno cercando nuovi strumenti per comprendere e contrastare i fenomeni di manipolazione informativa che si sviluppano nello spazio digitale.

Nonostante il consenso parlamentare, la nascita della Commissione sulle fake news non è priva di zone d’ombra e di criticità. Il rischio, evidenziato da diversi osservatori, è che il concetto di “disinformazione” possa trasformarsi in una categoria ambigua e potenzialmente elastica. Chi stabilisce che cosa sia davvero una fake news? E, soprattutto, fino a che punto un organismo politico può intervenire nel campo dell’informazione senza scivolare in una forma, anche indiretta, di controllo del discorso pubblico? Sono domande tutt’altro che secondarie. La storia recente mostra come l’etichetta di “disinformazione” venga spesso utilizzata nel confronto politico e mediatico per boicottare o addirittura censurare le voci divergenti.

Quando un organismo parlamentare si arroga il compito di indagare la veridicità delle informazioni che circolano nello spazio pubblico, il pericolo è che il confine tra analisi del fenomeno e controllo del discorso pubblico diventi estremamente sottile. In un contesto già segnato da polarizzazione, sfiducia verso i media e crescente conflitto narrativo, l’etichetta di “disinformazione” o l’appello a concetti vaghi come quello di “guerra ibrida” possono facilmente trasformarsi in uno strumento politico per delegittimare le posizioni non allineate al consenso dominante. Il vero nodo è che dietro la retorica della lotta alle fake news potrebbe prendere forma l’ennesimo organismo chiamato a stabilire cosa sia accettabile dire e cosa no. Con il rischio concreto che, sotto il vessillo della tutela della verità, si finisca per legittimare nuove forme di vigilanza politica sull’informazione e sul pluralismo delle opinioni.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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