Nell’Isola di Sumatra, in Indonesia, il governo locale sta puntando a trasformare centinaia di miniere illegali in attività comunitarie autorizzate. L’obiettivo dichiarato è ridurre i danni ambientali e riportare sotto controllo un’economia da centinaia di milioni di dollari che, tuttavia, oggi è in mano all’illegalità. Scettici diversi ambientalisti e alcuni scienziati, i quali avvertono che legalizzare le attività non significa salvare la foresta. Nella provincia di Sumatra Occidentale, la maggior parte delle miniere si trova nelle aree montuose e boscose che si estendono dalla costa occidentale verso la catena dei Monti Barisan, uno degli ultimi habitat della tigre di Sumatra, specie in pericolo critico.
Negli ultimi due anni il prezzo internazionale dell’oro è salito di oltre il 70%, spinto dall’incertezza geopolitica e dall’inflazione. Il risultato è stato una nuova corsa al metallo prezioso. Nella provincia di Sumatra occidentale, dove vivono 5,8 milioni di persone, tra le 200 e le 300 miniere d’oro operano senza licenza, spesso scavate sui pendii montani o lungo i letti dei fiumi. Il metodo più diffuso utilizza il mercurio per separare l’oro dal minerale, un metallo pesante altamente tossico – vietato da accordi internazionali come la Convenzione di Minamata – responsabile di gravi danni neurologici nell’uomo e di contaminazione permanente delle acque. Intere comunità rurali vi sono esposte, con i fiumi che diventano inutilizzabili per l’agricoltura e altri usi. Secondo le autorità locali, l’estrazione illegale costa allo Stato circa 360 milioni di dollari solo in questa provincia. Il governatore Mahyeldi Ansarullah ha annunciato quindi un nuovo piano: proporre al governo centrale la creazione di oltre 300 “zone minerarie comunitarie” distribuite in nove distretti. Si tratta di aree in cui i residenti potrebbero ottenere permessi legali per estrarre oro o sabbia, seguendo un modello, già adottato in altre regioni indonesiane e in Paesi come Perù e Tanzania, che mira a formalizzare l’attività invece di reprimerla. «Il danno ambientale crea problemi a lungo termine, ma dobbiamo anche garantire mezzi di sussistenza legali alle persone», ha dichiarato il governatore. La legalizzazione dovrebbe comunque consentire controlli più severi sulla sicurezza e sull’impatto ambientale, almeno sulla carta.
In tutta l’Indonesia esistono già più di 1.200 zone minerarie comunitarie distribuite in 19 province su 38, ma solo 82 hanno ricevuto permessi operativi concreti. Nella provincia di Sumatra occidentale, finora, nessuna zona mineraria comunitaria è stata attivata. Nonostante i propositi dichiarati, le misure in questione sono tutt’altro che esenti da critiche poiché, ad esempio, non chiariscono come verrà affrontato l’uso del mercurio, punto cruciale per garantire la tutela ambientale e delle comunità. Senza un divieto effettivo e controlli rigorosi, avvertono gli esperti, la formalizzazione potrebbe infatti semplicemente rendere legali pratiche altamente inquinanti. «Il problema principale resta il danno ecologico: trasformare miniere illegali in legali non lo elimina», spiega Diki Rafiqi, esponente del Legal Aid Institute locale, organizzazione che fornisce assistenza legale gratuita o sovvenzionata e sostegno alle comunità povere, emarginate e vulnerabili. Altri critici temono poi che élite politiche o imprenditori possano usare cooperative comunitarie come copertura per continuare l’estrazione su larga scala.
Certo è che la pressione sull’ambiente da parte delle attività estrattive ha già avuto conseguenze drammatiche. Nel novembre 2025 il ciclone Senyar ha colpito Sumatra provocando frane e inondazioni che hanno ucciso circa 1.200 persone. Studi indipendenti e lo stesso governo indonesiano hanno collegato la gravità del disastro alla deforestazione e alle attività minerarie, che destabilizzano i versanti montani e aumentano il rischio di smottamenti. In risposta, Jakarta ha revocato le licenze a 28 aziende accusate di violazioni ambientali, per un’area complessiva pari a circa un milione di ettari. Il provvedimento segna un cambio di approccio per cui le le autorizzazioni non vengono più revocate solo per irregolarità amministrative, ma anche per la responsabilità nei disastri naturali. In questo contesto, le istituzioni difendono la strategia delle “miniere comunitarie” come una forma di “riduzione del danno” finalizzata a controllare ciò che non si è riusciti a fermare. Ma per le organizzazioni ambientaliste il rischio resta comunque quello di normalizzare l’impatto sull’ambiente. Il futuro delle foreste di Sumatra dipenderà, in ogni caso, dall’applicazione concreta delle regole. Senza divieti sulle sostanze tossiche, programmi di riforestazione e controlli indipendenti, le miniere comunitarie potrebbero diventare solo un nuovo volto della stessa economia estrattiva che ha già trasformato intere montagne ricche di biodiversità in paesaggi erosi.




