Dopo i casi Al Jazeera e di Haaretz, Israele continua a censurare i media che non propongono la narrazione dominante del governo di Tel Aviv. L’esecutivo israeliano ha firmato un ordine che designa cinque piattaforme mediatiche palestinesi come “organizzazioni terroristiche”, imponendo, di fatto, la loro chiusura. I giornali interessati, attivi online, sono Al Asima News, Quds Plus, Alquds Albawsala, Maraj e Maydan Alquds, accusati di avere legami con Hamas e di incitare il popolo palestinese a sollevarsi e provocare disordini, specie a Gerusalemme. La decisione è volta a silenziare quei media che riportano gli abusi contro i palestinesi di Gerusalemme e della Cisgiordania, e arriva proprio in un momento in cui Israele sta intensificando la repressione nei confronti dei palestinesi che abitano al di qua del fiume Giordano. Essa segue di qualche settimana l’annuncio di una serie di misure che permetterebbero l’annessione di un’ampia porzione della Cisgiordania, condannata da ONG, istituzioni internazionali e dai governi di oltre 80 Paesi.
«Una piattaforma di comunicazione dell’organizzazione terroristica dichiarata Hamas il cui scopo è diffondere messaggi di Hamas e incitare la piazza». Così il ministero della Giustizia descrive i cinque canali informativi inseriti nella lista di organizzazioni terroristiche, giustificando il provvedimento. Secondo l’emittente panarabica Al Jazeera, la misura sarebbe stata disposta con un ordine militare del ministro della Difesa Katz, informazione supportata anche dall’osservatorio opensource. Dopo l’ordine, Al Asima News ha annunciato la chiusura, Quds Plus si è limitata a riportare la notizia, mentre Alquds Albawsala ha smentito le accuse, e affermato che non fermerà la propria attività: «Gerusalemme non si copre con un setaccio», ha dichiarato, riprendendo un detto arabo (“il Sole non si copre con un setaccio”, analogo al nostro “non si può nascondere il Sole con un dito”), per poi rilanciare il proprio lavoro; «continuiamo». Muraj ha condannato la decisione del governo israeliano e ha assicurato ai propri lettori che proseguirà con le sue attività, e infine Maydan Alquds non sembra avere commentato la vicenda.
Le emittenti interessate sono tutte attive in Cisgiordania, e prevalentemente nell’area di Gerusalemme. Proprio nella Città Santa, in questi giorni di Ramadan (il mese di digiuno religioso della religione musulmana, in commemorazione della prima rivelazione del Corano a Maometto), coloni e forze di sicurezza israeliane stanno aumentando abusi e maltrattamenti nei confronti della popolazione civile palestinese, impedendo ai fedeli di accedere alla moschea di Al Aqsa, la principale moschea della città, e facendovi irruzione per impedire le preghiere. In generale, in tutta la Cisgiordania stanno aumentando i casi di repressione e violenze da parte dei coloni e delle forze israeliane. Il governo israeliano, inoltre, ha recentemente approvato una serie di nuove misure volte ad ampliare il proprio controllo in Cisgiordania e ad accelerare il tentativo di annessione e colonizzazione del territorio. Il pacchetto di decisioni mina il Protocollo di Oslo e il Protocollo di Hebron, cambia le procedure di registrazione dei terreni e di acquisizione delle proprietà in Cisgiordania e consente allo Stato di demolire gli edifici di proprietà palestinese nell’Area A, zona sotto il controllo esclusivo dell’Autorità Palestinese. La misura è stata criticata dalla comunità internazionale, e la scorsa settimana 85 Paesi membri dell’ONU – Italia compresa – hanno firmato una dichiarazione congiunta per condannarla; ieri, invece, è arrivata una condanna dai ministri degli Esteri di 19 Paesi.
La scelta israeliana di mettere al bando i cinque siti informativi palestinesi si colloca proprio all’interno di questo contesto di aumento della repressione e di intensificazione degli sforzi di annessione in Cisgiordania, e sembra essere volta a silenziare i media attivi sul territorio, che – con questi nuovi ordini – sarebbero ormai ridotti a una manciata. Non si tratta, infatti, del primo caso di censura di media non allineati alla narrazione dominante israeliana varata da parte dell’esecutivo di Tel Aviv: il più noto è il caso di Al Jazeera, messa al bando dalle autorità israeliane per la propria copertura mediatica del genocidio a Gaza. Per farlo, Israele aveva messo a punto una legge ad hoc per fornire al governo il potere di imporre la chiusura dei media stranieri che secondo il Primo Ministro potessero arrecare danno alla sicurezza dello Stato; la legge prevede che, superato un breve iter burocratico, e passata la pratica nelle mani del ministro delle Comunicazioni, quest’ultimo possa rilasciare una istruttoria per la chiusura del canale di informazione interessato per un periodo limite di 45 giorni estendibili.




