lunedì 23 Febbraio 2026

È morto Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio di Bruno Caccia, insieme ai segreti sul delitto

Si è spento, all’età di 74 anni, il boss di ‘ndrangheta Domenico Belfiore, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio del magistrato Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. Un delitto storico: Caccia è, ancora oggi, l’unico magistrato ucciso dalle mafie nel nord Italia. Sebbene la magistratura sia stata compatta nel ritenere Belfiore – punto di riferimento dei clan di ‘ndrangheta nel nord Italia – l’uomo che ha ordinato di mettere a morte il giudice, un grande buco nero è rimasto aperto negli anni sulle cointeressenze che potrebbero aver segnato quell’azione omicidiaria. La quale fu subito oggetto di depistaggi e su cui, a distanza di decenni, ancora si aprono nuove piste di indagine.

Negli anni Settanta, Bruno Caccia svolse un ruolo centrale nella lotta al terrorismo, raccogliendo le dichiarazioni confidenziali di Patrizio Peci e firmando la richiesta di rinvio a giudizio del nucleo storico delle Brigate rosse. Nel 1980 fu nominato Procuratore capo a Torino, occupandosi, tra le altre inchieste eccellenti, sul cosiddetto “Scandalo petroli”, che coinvolgeva ufficiali della Guardia di finanza e dirigenti statali in storie di contrabbando ed evasione fiscale, e sul caso “Zampini”, prima Tangentopoli torinese che vide al centro personaggi della giunta e dell’amministrazione comunale. Inoltre, iniziò a svolgere e coordinare importanti indagini sulle compagini criminali mafiose – siciliane e calabresi – che avevano iniziato a insediarsi in Piemonte. La sua uccisione avvenne il 26 giugno 1983, quando, mentre portava il suo cane a fare una passeggiata nei pressi della sua abitazione, fu affiancato da un’automobile da cui furono sparati 14 colpi di pistola, con altri tre esplosi a breve distanza. Dopo l’omicidio arrivarono ai principali quotidiani italiani presunte rivendicazioni da ambienti terroristici, ma gli uomini delle Brigate Rosse e di Prima Linea – su cui si era concentrata l’opera repressiva di Caccia – negarono di aver avuto un ruolo nel delitto.

Domenico Belfiore entrò in questa storia quando, abbandonata la pista terroristica, gli inquirenti iniziarono a concentra su quella ‘ndranghetista. Le indagini presero una piega decisiva quando un detenuto, Francesco Miano, cominciò a collaborare con i servizi segreti dall’interno del carcere. Dotato di un registratore, Miano raccolse testimonianze tra i compagni di cella su quanto accaduto al procuratore Bruno Caccia; tra le registrazioni più incisive vi fu quella con Domenico Belfiore, anche lui recluso: sotto pressione, Belfiore riconobbe di aver avuto un ruolo chiave nell’agguato, assumendosi la responsabilità dell’ordine di uccidere. Belfiore e altri due imputati vennero rinviati a giudizio; il processo, avviato a Milano nel 1989, si concluse dopo vari gradi con la condanna all’ergastolo di Belfiore nel 1992, ritenuto il mandante dell’omicidio. La ricostruzione giuridica indicò come movente la volontà del gruppo di rimuovere un magistrato integerrimo e “intoccabile”, considerato ostacolo alla loro espansione. All’epoca, come oggi, la legge vietava però qualunque rapporto tra magistratura e servizi segreti, ritenendo inammissibile affidare le indagini a strutture dipendenti dalla Presidenza del Consiglio; eppure, tale scelta investigativa fu adottata e autorizzata dai magistrati torinesi, pur non essendo più formalmente competenti sul caso, nella convinzione di ottenere risultati altrimenti irraggiungibili. Secondo il legale della famiglia Caccia, Fabio Repici, questa impostazione finì però per condizionare e limitare l’accertamento della verità processuale.

Solo nel 2020 si è arrivati anche alla condanna definitiva di Rocco Schirripa, aderente al clan Belfiore, accusato di avere partecipato all’agguato. A evidenziare il fatto che l’omicidio Caccia potrebbe nascondere molto più di quanto la magistratura abbia accertato è stato lo stesso procuratore generale Alfredo Pompeo Viola, pm del processo Schirripa. «Un delitto del genere è ideato, progettato e infine realizzato in contesti organizzati e quello del dottor Caccia prima vittima di mafia al Nord, è logicamente ipotizzabile che non sia stato compiuto solo dai due sparatori e dai due condannati, Belfiore definitivo e Schirripa per cui chiedo lo stesso epilogo», ha detto il magistrato. In passato, un’ipotesi entrata nelle indagini suggeriva che Caccias sarebbe stato eliminato per bloccare un’indagine sul riciclaggio della mafia nei casinò di Saint-Vincent. Un rapporto della Guardia di Finanza puntò su frequentatori del casinò, tra cui Rosario Pio Cattafi, poi condannato per associazione mafiosa e uomo di estrema destra, ma la pista venne archiviata e non trovò approfondimento nei processi successivi. Poi, lo scorso anno, una consulenza balistica della polizia scientifica ha evidenziato una compatibilità di classe d’arma dei proiettili calibro rinvenuti sulla scena dell’omicidio con quelli ottenuti dai test di sparo con la pistola trovata e sequestrata dalle forze dell’ordine a casa di Francesco D’Onofrio, arrestato nel 2024 in un’indagine sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte. Anche su questo lavorerà la magistratura.

Sta di fatto che, su queste storie, Domenico Belfiore non può più parlare. È deceduto a Chivasso, nel torinese, venerdì 20 febbraio. L’uomo, però, fa notizia anche da morto. Infatti, il manifesto funebre apparso davanti alla camera mortuaria in cui riposa la salma del boss annuncia il rito religioso presso la parrocchia Madonna di Loreto, nella cittadina piemontese. Per questo motivo, si è alzato un gran polverone. «Mi addolora il fatto che questa persona che ha ucciso mio padre non si sia mai pentito, abbia continuato a dire bugie e non abbia contribuito a far luce dopo tanti anni su questo assassinio», ha dichiarato Paola Caccia, figlia del magistrato assassinato nel 1983. «Mi lascia perplessa la scelta di officiare le esequie in chiesa per una persona che in vita ha seminato violenza e terrore».

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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