sabato 21 Febbraio 2026

Omicidio Mansouri: nuovi indizi contro i poliziotti per omicidio volontario e depistaggi

Sono tanti, tantissimi gli elementi che non tornano nella versione resa dalle forze dell’ordine sull’uccisione di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino morto a causa di un colpo di pistola alla tempia il 26 gennaio scorso nel bosco di Rogoredo a Milano. Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri, infatti, l’agente più vicino a Carmelo Cinturrino – il poliziotto che ha sparato – si sarebbe allontanato dalla scena subito dopo il colpo per recarsi al commissariato Mecenate, dove le telecamere lo hanno ripreso mentre entrava a mani vuote e usciva con uno zaino. Gli investigatori sospettano che al suo interno ci fosse la pistola a salve successivamente ritrovata accanto al corpo di Mansouri e che l’arma sia stata posizionata lì per giustificare la “reazione” dell’assistente capo. Dalle rilevazioni è inoltre emerso come Mansouri sia stato colpito mentre era già voltato, mentre i soccorsi sarebbero stati chiamati con ben 23 minuti di ritardo.

Centrale nell’indagine è la ricostruzione dei minuti successivi allo sparo. Mentre Mansouri era a terra, ancora agonizzante, uno degli agenti si allontanava verso il commissariato. Al suo rientro, sarebbe spuntata la pistola finta — una riproduzione di una Beretta 92 — che Cinturrino ha sempre indicato come l’arma che la vittima gli avrebbe puntato contro, spingendolo a sparare «per paura». Le analisi scientifiche stanno però già offrendo elementi dissonanti rispetto a questa versione: sulla pistola, infatti, sarebbero stati isolati due profili genetici diversi, senza che siano state rinvenute impronte riconducibili a Mansouri. Il poliziotto che si era recato al commissariato ha poi raccontato sotto interrogatorio: «Mi ha detto di tornare in commissariato a prendere lo zaino. Non l’ho aperto, non sapevo cosa ci fosse dentro». L’autopsia ha inoltre evidenziato che il colpo è entrato dall’osso parietale destro, segno che il 28enne fosse girato al momento dello sparo, e sul suo volto sono state riscontrate ecchimosi e lividi, compatibili con una caduta a faccia in avanti. Sul giubbotto, inoltre, sarebbe ben visibile l’impronta di una scarpa.

Altro elementi fondamentale concerne l’analisi dei telefoni: Mansouri, nel momento in cui è stato ucciso, stava parlando con un pusher, il quale lo avvisava dell’arrivo dei poliziotti. Pochi secondi dopo, lo spacciatore effettuò una nuova chiamata a Mansouri, ma non ottenne nessuna risposta. Quattro colleghi di Cinturrino, sotto inchiesta per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati ascoltati nella giornata di giovedì. Essi avrebbero fornito versioni tra loro concordanti, descrivendo l’assistente capo 41enne come una sorta di «fanatico» che gestiva le operazioni nel boschetto della droga «col pugno duro» e che, pur non essendo il più alto in grado, avrebbe preso il controllo della situazione subito dopo la sparatoria. Alcuni di loro avrebbero anche riferito di abituali pestaggi ai pusher e di arresti eseguiti con eccessiva «disinvoltura».

L’inchiesta sta però pescando anche dal passato di Cinturrino, sul quale pende già un fascicolo per falso legato a un verbale di arresto del maggio 2024. In quel frangente, una telecamera lo aveva immortalato mentre estraeva e intascava banconote dalla cover del cellulare di uno spacciatore tunisino, una quantità di denaro di gran lunga superiore a quella poi dichiarata negli atti ufficiali. A fine gennaio, inoltre, è arrivata negli uffici dei pm un’informativa dei carabinieri su una confidenza: in piazzale Ferrara, zona Corvetto, esisterebbe un appartamento utilizzato come base per lo spaccio da due italiani, i quali godrebbero «della protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio». Secondo la stessa fonte, l’agente avrebbe anche chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher originario del Marocco per autorizzarlo a inserirsi nella piazza.

Nel frattempo, col passare dei giorni, anche il fronte politico che subito aveva espresso piena solidarietà ai poliziotti ha iniziato a mostrare crepe. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha ora affermato: «Sono compiaciuto che la polizia di stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà». Dopo aver parlato di un «poliziotto» che «si difende» e di un «balordo» che «muore», il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini ha dichiarato: «se qualcuno sbaglia, va accertato». Per lunedì è attesa una riunione decisiva in procura tra il pm Tarzia e il procuratore Marcello Viola per definire i prossimi passi dell’inchiesta.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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