martedì 7 Aprile 2026

L’utopia davanti a noi

Quando sentiamo dire, o noi stessi diciamo, che i tempi sono cambiati stiamo cercando un alibi. Forse non sappiamo come reagire, troviamo difficile decidere, vorremmo che accadesse tutto quello che desideriamo senza fare alcuno sforzo.

Lo diciamo perché dovremmo metterci in discussione, ascoltare con attenzione, predisporre alternative, cercare un bene che non sia soltanto il nostro.

E così lasciamo spuntare l’intolleranza e la violenza e l’intelligenza cede il passo alla critica insolente oppure all’inerzia e all’egocentrismo.

Ho pensato di riprendere le parole di Adriano Olivetti, l’industriale visionario, uno dei non pochi geni del nostro Paese, che parla ai lavoratori dello stabilimento appena aperto a Pozzuoli, 23 aprile 1955.

«Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno dopo giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’ uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza. Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costruzione e di una chiusura ostile».

Olivetti: mi permetto di darvi un piccolo compito. Andate a vedere la storia vincente, per alcuni decenni, di quella Azienda. E anche perché, inevitabilmente, ha dovuto concludersi.

Oggi esistono ancora orizzonti favorevoli, vincenti. Ma ci vuole sempre e comunque una visione costruttiva che comporti un impegno costante e una visione di futuro a medio termine.

Altrimenti continuiamo ad aspettarci, ad esempio da un governo, che distribuisca magari il reddito di cittadinanza, trascurando sanità e scuola pubbliche. 

E se invece la sanità e la scuola diventassero veramente nostre, come diceva Adriano Olivetti per la fabbrica, «diventassero a poco a poco parte della nostra anima, diventassero una immensa forza spirituale»?

L’utopia, se lo vogliamo, è vicina, davanti a noi. Cominciamo…da dove?

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Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell'immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).

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2 Commenti

  1. Non è una domanda facile infatti. Tutti vorremmo un mondo migliore senza sapere bene cosa e come fare. Cominciamo dal coltivare la mente delle giovani generazioni. I “buoni” insegnanti e i “bravi” genitori dovrebbero formare “teste ben fatte”, non solo menti piene di nozioni e tecnicismi a discapito di una cultura sociale e umanistica. Ci vuole una buona consapevolezza di sé che scavi nel proprio io interiore fino ad arrivare a conoscere i confini tra ciò che è bene e ciò che è male per tutti noi e per il mondo in cui viviamo. Magari bisogna puntare sulla sensibilizzazione e sulla cultura del rispetto delle persone di ogni cultura e orientamento, alla non violenza e al rispetto della vita in ogni sua forma e della natura del nostro pianeta. Purtroppo paghiamo anche il peso dell’individualismo di massa che nelle sue forme più becere diventa cieco e vuoto di fronte a un mondo che è diventato sempre più connesso per fare crescere le economie, il potere di pochi e la sopraffazione dei deboli. Ci vorrebbe, quindi, veramente una visione politica lungimirante di Uomini e di Donne grandi nella mente e nel cuore che inverta la rotta. Ma io non sono un genio come Olivetti o come tanti altri che ci hanno lasciato. Ci giro attorno senza sapere veramente come agire. Dal mio canto cerco solo di seminare e di credere nelle microscopiche gocce del mare sperando che funzionino un minimo. E spero anche di incontrare persone nel mio cammino che abbiano a cuore gli stessi ideali informati al bene comune per poter costruire anche un minimo di comunità, l’unione fa sempre la forza.

  2. Un buon inizio sarebbe che l’Italia invece di sperperare con l’acquisto di armi americane o tedesche, che è lo schiavo che arricchisce il padrone, inizia ad investire su cannoni elettromagnetici in grado di distruggere missili nucleari in volo con raggi che colpendo alla velocità della luce, li fanno sembrare fermi.
    Oltre che salvare noi, salverebbe l’umanità, saldando i debiti storici di cui siamo sommersi a forza di intrometterci a caso nelle guerre altrui.

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