All’alba di giovedì 12 febbraio le forze dell’ordine si sono presentate nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. Gli agenti hanno identificato le persone presenti, sequestrato certificati e cartelle cliniche e controllato i contenuti dei computer in uso al personale. Successivamente si sono spostati nel parcheggio dell’ospedale, dove hanno perquisito le automobili dei dipendenti. Poi sono andati nelle loro case, dove hanno sequestrato computer e dispositivi informatici. L’operazione nasce da un’indagine coordinata dalla Procura di Ravenna, che ipotizza la produzione di certificati falsi da parte dei medici incaricati di visitare persone migranti. Secondo l’accusa, tali certificazioni sarebbero state redatte con l’obiettivo di evitare il trasferimento dei pazienti nei Cpr, i Centri di permanenza per i rimpatri. I medici inizialmente indagati erano sei, ma secondo le ultime informazioni il numero potrebbe presto salire a otto. Si tratterebbe, quindi, della quasi totalità del personale del reparto di Malattie infettive, che conta complessivamente undici operatori sanitari.
La normativa vigente prevede che, prima dell’assegnazione a un centro per il rimpatrio, le persone vengano sottoposte a una visita medica volta a certificarne l’idoneità. I criteri sono stabiliti da un decreto del 2022 firmato dall’allora Ministra dell’Interno Lucia Lamorgese, che esclude l’ingresso nei Cpr in presenza di malattie infettive, vulnerabilità psicologiche, interventi chirurgici recenti o terapie in corso per patologie croniche.
Questo è il compito svolto dai medici del reparto di Malattie infettive di Ravenna, che da settembre 2024 a dicembre 2025 hanno visitato in totale 34 persone destinate ai Cpr. Di queste, 10 si sono rifiutate di sottoporsi alla visita, 10 sono state dichiarate non idonee e per 14 è stato invece espresso un parere favorevole. Meno della metà, dunque, è stata giudicata non idonea ai centri per il rimpatrio. Nonostante ciò, la Procura ha ipotizzato l’esistenza di una sorta di boicottaggio da parte dei medici. L’accusa formulata è quella di falso ideologico continuato in concorso, sostenendo in pratica un complotto del personale sanitario.
Alle ipotesi investigative si sono aggiunte, nelle ore successive, reazioni politiche di segno durissimo. «Se fosse confermato sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto» ha commentato Matteo Salvini su X, seguito poco dopo dal Ministro dell’Interno Piantedosi che ha riassunto la vicenda sostenendo che l’indagine avrebbe «accertato che c’erano dei medici nell’ospedale che pregiudizialmente e ideologicamente facevano certificazioni le quali si presume fossero false», di fatto già condannando i medici nonostante si sia ancora nella fase premilinare delle indagini. I due Ministri hanno in pratica già emesso la sua loro sentenza: «Se il Governo non riesce a fare abbastanza rimpatri è colpa dei medici di Ravenna»
A queste prese di posizione ha fatto da contraltare la mobilitazione che si è tenuta lunedì mattina davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Medici, infermieri, operatori sanitari e cittadini hanno partecipato a un flash mob silenzioso a sostegno dei colleghi indagati. Al centro della protesta, uno striscione con la scritta: «La cura non è reato».

Una battaglia alla quale si sono affiancati l’Ordine dei medici dell’Emilia-Romagna, la Federazione Nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, assieme ad associazioni come Emergency e Medici Senza Frontiere e, soprattutto, al Simm, la Società italiana di medicina delle migrazioni, che da anni si batte contro l’apertura dei Cpr, ritenuti luoghi altamente patogeni e causa diretta di malattie infettive e di gravi disturbi psichiatrici.
«Sono posti pericolosi perché non sono sotto il controllo del sistema sanitario nazionale – ha spiegato al Resto del Carlino il presidente del Simm, Marco Mazzetti – Le persone trattenute nei Cpr non possono essere seguite dal servizio sanitario pubblico: talvolta sono presenti medici privati, ma la situazione non è paragonabile a quella delle carceri, dove operano medici, psicologi e infermieri del sistema sanitario nazionale».
La Società italiana di medicina delle migrazioni è entrata direttamente nell’inchiesta perché sospettata di aver svolto attività di propaganda negli ospedali per convincere i medici a bloccare gli accessi ai Cpr. Nell’ambito delle indagini, gli inquirenti hanno perquisito computer e cellulari dei medici di Ravenna alla ricerca di materiale informativo riconducibile all’associazione. Secondo l’ipotesi investigativa, tali documenti avrebbero esortato i medici a compiere atti illeciti allo scopo di impedire i trasferimenti dei migranti.
Una ricostruzione respinta con forza dal Simm, che in un comunicato ha rivendicato l’autonomia e l’indipendenza del personale sanitario: «I fatti accaduti il 12 febbraio 2026 presso l’ospedale di Ravenna segnano un grave attacco alla professione medica, alla sua deontologia e alla cura delle persone – si legge nella nota – Le modalità riferite della perquisizione, condotta in modo simile a quelle riservate alle organizzazioni criminali, umiliano il personale sanitario, distolgono risorse dalla cura dei pazienti e creano un clima di intimidazione che mina la serenità necessaria all’esercizio della professione». Le indagini andranno avanti, provando a stabilire la verità. Resta però il dato politico di un’inchiesta che, ancora prima di entrare in un’aula di tribunale, ha già prodotto condanne pubbliche e prese di posizione perentorie. Una dinamica che si inserisce in un clima di crescente ostilità del Governo nei confronti delle persone migranti, nel quale ogni ostacolo alle politiche di rimpatrio viene letto come un atto sovversivo. Un clima che finisce per riversarsi su chiunque, anche sui medici di un ospedale pubblico.




