All’indomani dell’approvazione delle nuove norme europee sulla migrazione, che procedono sempre più verso la via dell’annullamento del diritto all’asilo, il governo italiano ha approvato il proprio pacchetto di norme. Lo ha fatto nuovamente con un decreto legge, trattando dunque l’immigrazione come una materia eternamente emergenziale, senza ancora una volta prevedere una legge strutturale con adeguata discussione parlamentare che tratti il tema in maniera organica. La maggior parte del decreto è volto a specificare le modalità di ricezione e attuazione del Patto sulla migrazione europeo, che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno. Per quanto riguarda le novità introdotte, invece, oltre al blocco navale per le ONG e alle restrizioni ai criteri di ricongiungimento familiare, vi è una norma che vieta ai migranti trattenuti nei CPR di utilizzare telefonini, soprattutto se dotati di videocamere. Il fine esplicito è quello di impedire la registrazione di qualunque cosa avvenga tra le mura dei centri – compresi quindi pestaggi da parte delle forze dell’ordine, condizioni di trattenimento degradanti e deterioramento della condizione psichica delle persone trattenute.
Con le nuove norme, «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale» le autorità possono, su proposta del ministero dell’Interno e con delibera del Consiglio dei Ministri, interdire temporaneamente l’attraversamento delle acque territoriali. La misura è diretta, anche se non esplicitamente, alle imbarcazioni delle ONG che operano i salvataggi in mare e che provvedono a portare i sopravvissuti sulle nostre coste. Essa arriva a poche settimane di distanza da quella che potrebbe configurarsi come la più grande tragedia degli ultimi anni nel Mediterraneo, con oltre mille morti stimati per via dell’uragano Harry e (secondo quanto denunciato dalle ONG) anche del ritardo nei soccorsi da parte delle autorità. Il blocco navale può avere durata massima di 30 giorni e può essere prorogato di ulteriori 30, «fino a un massimo di sei mesi». Il decreto specifica che a costituire «minaccia grave» sono quattro tipi di circostanze: rischio di terrorismo, pressione migratoria «eccezionale», emergenze sanitarie ed «eventi internazionali di alto livello». Va sottolineato come la pressione migratoria sia strutturalmente «eccezionale» nel contesto italiano, dal momento che gli investimenti sono dirottati quasi del tutto sulla prevenzione (per lo più inefficace) delle partenze e per nulla sul miglioramento e l’ampliamento delle strutture di ricezione e accoglienza.
Il provvedimento introduce anche alcune novità in merito di trattenimento nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), dove «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona». Eppure, all’interno delle strutture – che sono centri di detenzione amministrativa e non carceri – l’utilizzo di telefoni cellulari (autorizzato solamente in determinati «orari, spazie e modalità» decise dal personale, incaricato di «custodirli») è previsto solamente se «privi di telecamera». In aggiunta a ciò, «all’interno della struttura e delle sue immediate pertinenze non sono consentite, salvo espressa autorizzazione della prefettura, riprese videofotografiche o registrazioni audio che abbiano ad oggetto la struttura, le persone trattenute, il personale delle forze di polizia, del soggetto incaricato della gestione ovvero ogni altra persone presente a qualsiasi titolo». Non che si tratti di una vera e propria novità: in moltissimi casi, a discrezione della struttura, i telefoni venivano ritirati e, se dotati di telecamere, queste venivano rotte. Questa prassi viene ora normata, impedendo ai trattenuti di documentare le torture e i trattamenti inumani cui sono quotidianamente sottoposti. La norma riceve il via libera del CdM nello stesso giorno in cui a Torino l’ex direttrice del CPR, Annalisa Spataro, riceveva una condanna per omicidio colposo in relazione alla morte di Moussa Balde, affetto da gravi problemi psichici e rinchiuso lo stesso in isolamento in una cella del Centro, dove si è suicidato.
Vengono dunque introdotte nuove circostanze che possono determinare l’espulsione del migrante e vengono ristretti i criteri che permettono i ricongiungimenti familiari. Anche le norme riguardanti l’accoglienza vengono parzialmente riviste, con l’obbligo dei giovani di lasciare i centri di accoglienza a 19 anni (anzichè 21). Una compressione di diritti, insomma, che non guarda in faccia nemmeno i giovanissimi, i loro diritti e il loro futuro. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo festeggia come un successo: un provvedimento, come tutti i precedenti, «molto significativo per fermare l’immigrazione illegale di massa e i traffico di esseri umani».




