Telegram, la piattaforma di messaggistica usata da milioni di russi per comunicare e informarsi, è stata sottoposta a limitazioni da parte dell’autorità di controllo delle comunicazioni di Mosca, Roskomnadzor, che ha iniziato a rallentarne l’accesso e ad applicare restrizioni crescenti con l’obiettivo dichiarato dal Cremlino di contrastare presunte violazioni di legge.
Il quadro, più che tecnico, è politico, visto che si tratta di uno dei pochi spazi digitali rimasti relativamente liberi nel Paese, e assume tutt’altro valore se si tiene conto del fatto che la mossa si inserisce in una strategia di controllo del web – con la progressiva marginalizzazione dei servizi digitali stranieri – mentre le autorità stanno promuovendo un’app di messaggistica statale chiamata MAX.
«La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i suoi cittadini a passare a un’app controllata dallo stato, creata per la sorveglianza e la censura politica», è il messaggio lanciato da Pavel Durov, il fondatore dell’applicazione, che spiega: «Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram rappresenta la libertà di parola e la privacy, indipendentemente dalla pressione». Durov, nato a San Pietroburgo nel 1984, ha lasciato il Paese nel 2014 dopo uno scontro con le autorità relativo ad un altro social da lui creato, VKontakte. Allora dichiarò di aver rifiutato richieste dei servizi di sicurezza russi (FSB) di fornire dati su attivisti ucraini e di chiudere gruppi dell’opposizione russa.
Negli ultimi dieci anni la Russia ha costruito, pezzo dopo pezzo, un’infrastruttura normativa e tecnica pensata per ridurre il peso dei servizi stranieri nel proprio spazio digitale. Prima ha rafforzato i poteri dell’autorità di controllo Roskomnadzor, introducendo registri centralizzati di siti da bloccare e obblighi di localizzazione dei dati per le aziende tecnologiche straniere. La svolta è arrivata nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Facebook e Instagram sono state dichiarate “organizzazioni estremiste” e bloccate; Twitter è stato oscurato; migliaia di siti d’informazione indipendenti sono stati resi inaccessibili.
Negli anni successivi le restrizioni si sono estese ad altre app, tra blocchi, rallentamenti selettivi e multe, mentre il Parlamento ampliava le norme contro le VPN e imponeva obblighi più stringenti di cooperazione e consegna dei dati. Parallelamente, il Cremlino ha iniziato a promuovere alternative nazionali, come la già citata MAX, muovendosi nella direzione della “sovranità digitale”, cioè un internet sempre più chiuso alle influenze esterne, che però per i critici sarebbe tecnicamente controllabile dallo Stato.
La stretta russa arriva pochi giorni dopo l’annuncio del governo spagnolo, che vorrebbe implementare una legge per vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia, che ha una legge già in vigore, e della Francia, dove manca l’approvazione del Senato, nell’ottica di proteggere i minori. Durov ha criticato anche questa iniziativa, sostenendo che misure generalizzate di questo tipo rischiano di comprimere diritti digitali e libertà individuali, e ribadendo la propria contrarietà a interventi statali che limitino l’uso delle piattaforme online, indipendentemente dal Paese che li propone.




