domenica 8 Febbraio 2026

Torture sistematiche, fame e umiliazioni: il rapporto che svela le carceri israeliane

L’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato di recente il nuovo rapporto sulle carceri israeliane intitolato “Living Hell”: ciò che emerge, attraverso approfondite indagini e ricostruzioni e grazie a diverse testimonianze dirette da parte di prigionieri palestinesi, è che le strutture di detenzione dello Stato ebraico funzionano come una rete di campi di tortura per i palestinesi, con abusi fisici, sessuali e psicologici sistematici. Il rapporto del 2026 è il seguito di un altro documentato resoconto uscito nell’agosto 2024 con il titolo “Welcome to hell”. Oltre alle condizioni disumane in cui vengono tenuti i palestinesi e agli abusi fisici e sessuali, nel documento vengono denunciate le umiliazioni, la fame deliberata e la negazione di cure mediche come ulteriori strumenti di tortura che spesso conducono alla morte dei detenuti. La crudeltà di questi campi di tortura fa parte «dell’assalto coordinato» e della pressione psicologica che lo Stato israeliano sta sferrando ormai da lungo tempo alla società palestinese.

Secondo B’Tselem, alla fine di settembre 2025, l’Israel Prison Service (IPS) deteneva 10.914 palestinesi in stato di detenzione o in prigione per motivi definiti «di sicurezza», inclusi 2.931 provenienti dalla Striscia di Gaza. In quel periodo, l’IPS deteneva anche 1.983 palestinesi, 18 dei quali provenienti dalla Striscia di Gaza, per essersi trovati illegalmente in Israele. L’organizzazione, tuttavia, ha sottolineato che alla fine del 2020, l’IPS ha adottato una nuova politica e ha smesso di fornire a B’Tselem i dati richiesti, pubblicandoli solo sul suo sito in modo parziale. In base ai dati disponibili dell’organizzazione, dagli inizi di ottobre del 2023 a gennaio 2026, 84 prigionieri palestinesi (tra cui un minore), le cui identità sono note, sono morti nelle carceri israeliane. Altre organizzazioni per i diritti umani e alcuni media investigativi indicano, invece, un numero superiore, parlando di almeno 94 morti, inclusi alcuni non identificati. Secondo un articolo del quotidiano israeliano Haaretz, invece, a partire da agosto 2025, almeno sei palestinesi sono morti durante gli interrogatori dello Shin Bet (l’agenzia d’intelligence dello Stato ebraico che si occupa della sicurezza interna).

Le condizioni di vita dei detenuti delle carceri israeliane «restano inumane» secondo il rapporto di B’Tselem: l’estremo sovraffollamento, l’incatenamento prolungato, l’assenza di contatti con il mondo esterno, la fame, il cibo scadente, la mancanza di igiene, di vestiti e acqua pulita sono le condizioni disumane a cui sono costretti i prigionieri palestinesi, la maggior parte dei quali sottoposti a detenzione amministrativa, vale a dire privati della libertà senza accuse né processi. Le condizioni nella prigione di Rakefet Wing a Ramla, che è completamente sotterranea, sono particolarmente dure. La documentazione prodotta dall’organizzazione per i diritti umani israeliana raccoglie la testimonianza di 21 prigionieri palestinesi rilasciati in base all’accordo tra Israele e Hamas nell’ottobre 2025 o nei mesi precedenti. Molti detenuti liberati hanno paura di raccontare le loro esperienze nelle carceri israeliane perché – secondo i testimoni – le autorità israeliane minacciano di riarrestare chiunque condivida informazioni circa la realtà dei centri detentivi israeliani. Tuttavia, alcuni di loro hanno rivelato le loro esperienze drammatiche, raccontando gli abusi sistematici.

In particolare, hanno denunciato un grave sistema di abusi sessuali che include percosse ai genitali, penetrazione anale con vari oggetti e l’uso di cani aggressivi contro i detenuti. Oltre a questo tipo di torture, i detenuti sono sottoposti ad altre frequenti e istituzionalizzate violenze, tra cui shock elettrico, uso di gas lacrimogeni e granate stordenti. Anche l’uso di spegnere le sigarette sui loro corpi o ustionarli con liquidi bollenti sono pratiche diffuse nell’inferno nelle carceri israeliane. Al contempo, la stessa mancanza di cure mediche è una tortura che si traduce in danni irreversibili che vanno dall’amputazione degli arti, alla perdita dell’udito e della vista e, in alcuni casi, arrivano alla morte. Sono dilaganti le malattie della pelle, tra cui la scabbia, a causa della mancanza di cure e igiene. Non mancano poi umiliazioni e abusi psicologici: i prigionieri liberati hanno raccontato di essere stati filmati mentre erano nudi, di essere stati costretti a scusarsi per crimini che non avevano commesso e a cantare “Am Chai Yisrael”, uno slogan ebraico che significa “Il popolo di Israele vive”. Inoltre, hanno subito insulti e minacce verso i loro familiari. In diversi casi, gli abusi psicologici sono stati descritti dai testimoni come parte di un tentativo per arruolare collaboratori.

Per quanto riguarda i minori, da settembre 2025 i soldati israeliani hanno preso 350 bambini. Secondo un rapporto di Defence for Children International-Palestine, il 74% dei minori incarcerati ha subito violenza, il 26% è stato interrogato in condizioni di pressione e il 21% è stato posto in isolamento per due o più giorni come mezzo di pressione durante l’interrogatorio. Nel marzo del 2025, il diciassettenne palestinese Walid Ahmad è stato il primo minore a morire in un centro detentivo come conseguenza di malnutrizione e mancanza di adeguate cure mediche.

A partire dal 2023 i detenuti palestinesi nelle strutture detentive dello Stato sionista sono più che raddoppiati: mentre nel settembre 2023 erano 4.935, nel settembre del 2025 risultano 10.863. Di fronte ai sistematici orrori dell’esercito e dello Stato ebraico, testimoniati e messi nero su bianco da organizzazioni internazionali e anche israeliane, i media occidentali tacciono così come la politica, concentrati a debellare l’“antisemitismo”, annichilendo di fatto la verità e libertà d’espressione.

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.

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