Nelle strade soffocanti delle metropoli indiane, il concetto di ricchezza sta acquisendo una forma molto diversa da quella che potremmo immaginare fatta di gioielli, oro, supercar e altri lussi. L’indicatore definitivo del successo sociale è un elemento molto semplice: l’acqua. In India, infatti, l’accesso idrico costante, garantito e sicuro non è per niente scontato. L’acqua in bottiglia è l’unica fonte che si può bere essendo certi di non prendersi qualche malattia. Per i più ricchi, ci sono anche dispositivi tecnologici di ultima generazione che filtrano e “producono” acqua. E non tutte le acque sono uguali.
Molti negozi gourmet delle città indiane stanno organizzando degustazioni di acqua. Con il 70% delle falde sotterranee contaminate, l’acqua pulita è un privilegio nel Paese da 1,4 miliardi di persone. Le bottiglie di acqua provenienti da USA e Cina sono le più economiche e si comprano per circa 20 centesimi di euro. Ma ci sono acque considerate “premium” con costi decisamente superiori, fino a più di 2 euro per bottiglia. Sono quelle provenienti dall’Europa che vengono usate per queste particolari degustazioni. In India, il mercato dell’acqua in bottiglia vale circa 5 miliardi di euro con una crescita del 24% all’anno.
Per le classi abbienti indiane, la dipendenza dalle fatiscenti infrastrutture pubbliche è diventata un rischio inaccettabile, al punto che i ricchi investono nei Generatori di Acqua Atmosferica (AWG). Si tratta di dispositivi che estraggono l’umidità dall’aria, filtrandola e mineralizzandola per produrre acqua potabile. Possedere un AWG significa non dover mai più guardare con ansia il livello dei serbatoi condominiali o attendere l’arrivo incerto di una cisterna. Accanto a questi, proliferano sistemi di filtraggio industriale capaci di trattare l’acqua con una precisione molecolare che la rende più pura di quella in bottiglia, trasformando i locali tecnici delle residenze private in piccole centrali di trattamento acque.
Il mercato immobiliare ha recepito il messaggio con una velocità impressionante. I nuovi complessi residenziali “ultra-prime” non vengono più pubblicizzati solo per le loro palestre o le piscine: la nuova parola d’ordine è “Water-Secure“. Acquistare un appartamento in questi fortini della classe agiata significa comprare l’accesso a impianti di desalinizzazione privati e a circuiti chiusi di riciclo delle acque reflue, capaci di rigenerare ogni singola goccia utilizzata.
Mentre l’élite si rifugia in bolle di sicurezza tecnologica o nell’acquisto di acque “premium”, la maggioranza della popolazione scivola in una vulnerabilità sempre più profonda, dove l’accesso all’acqua potabile è una battaglia quotidiana. La dipendenza dalle infrastrutture pubbliche, spesso contaminate o semplicemente a secco, alimenta il potere di quella che il The Guardian, già dieci anni fa, chiamava “mafia delle autocisterne”. In questo mercato nero legalizzato, i prezzi fluttuano selvaggiamente in base alla temperatura esterna, costringendo le famiglie meno abbienti a spendere una parte sproporzionata del proprio reddito per un bene che, altrove, è dato per scontato.
La disparità è brutale. Per l’élite, l’acqua è un investimento tecnologico discreto, un comfort che scorre silenzioso da rubinetti di design e bottiglie di lusso. Per la classe media è una spesa costante e un’ansia logistica legata alle consegne private. Per i più poveri è invece una questione di ore passate in coda e di rischi per la salute legati a fonti non controllate.
Il boom del mercato idrico indiano è il sintomo di un collasso infrastrutturale che ha trasformato la necessità in opportunità commerciale. Mentre le tecnologie di estrazione e depurazione dell’acqua, così come le degustazioni di acque europee, diventano lo status symbol delle élite, emerge una “disuguaglianza liquida” sempre più profonda. La vera sfida per l’India di domani non sarà solo economica o tecnologica, ma etica: decidere se l’acqua debba restare un privilegio per pochi.




