sabato 21 Marzo 2026

Generazione sotto diagnosi: l’Italia che risponde al disagio dei giovani con gli psicofarmaci

A prima vista potrebbe sembrare un fenomeno marginale, ma racconta invece una trasformazione profonda nel modo in cui affrontiamo il malessere dei più giovani. L’ultimo rapporto nazionale OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) indica che l’uso di psicofarmaci tra i minori è più che raddoppiato tra il 2016 e il 2024, passando da 20,6 a 59,3 confezioni per mille bambini, con un ulteriore aumento del 9,3% solo nell’ultimo anno. Nel 2016 lo 0,26% dei minori assumeva psicofarmaci; oggi siamo allo 0,57%, cioè un ragazzo ogni 175. Non è una semplice variazione statistica: è il segnale di un sistema che fatica a comprendere la sofferenza crescente di bambini e adolescenti e che, sempre più spesso, sceglie di affrontarla soprattutto attraverso la medicalizzazione. Tra la popolazione in età pediatrica, la quarta categoria di farmaci maggiormente prescritti – dopo gli antinfettivi, quelli del sistema respiratorio e i preparati ormonali sistemici (esclusi quelli sessuali e le insuline) – è rappresentata dai medicinali per il sistema nervoso centrale. All’interno di questa macro categoria, al quarto posto per consumo si colloca l’aripiprazolo, farmaco antipsicotico indicato per il trattamento della schizofrenia e del disturbo bipolare, seguito dal metilfenidato, consigliato in caso di deficit di attenzione e iperattività (ADHD), e dalla sertralina, un antidepressivo autorizzato per il disturbo ossessivo-compulsivo nei bambini e adolescenti di età compresa tra i 6 e i 17 anni. Come nel 2023, anche nel 2024 l’aripiprazolo e il metilfenidato si confermano tra i princìpi attivi con gli incrementi maggiori nei consumi rispetto all’anno precedente (rispettivamente + 10,4% e + 28,8%), tanto che nel 2024 il metilfenidato è salito al 27esimo posto tra i farmaci a maggiore consumo tra la popolazione pediatrica, risalendo di tre categorie rispetto alla classifica del 2023. Tenuto conto che la maggior parte delle prescrizioni di psicofarmaci si concentra nella fascia d’età 12-17, la distribuzione percentuale del consumo tra le diverse sottocategorie evidenzia che le prescrizioni di antipsicotici risultano essere elevate in tutte le fasce d’età, mentre quelle dei farmaci per l’ADHD nella fascia 6-11 anni.

A livello nazionale, la distribuzione d’uso di questi prodotti non è omogenea, ma presenta una marcata variabilità regionale. Il nord Italia registra, infatti, maggiori consumi rispetto al centro-sud, ma è nel meridione che si osservano gli incrementi maggiori, in particolare in Sicilia (+ 13,7%), in Campania (+ 13,5%) e in Calabria (+ 12,5%). Sono invece i bambini e i ragazzi toscani quelli che assumono più psicofarmaci a livello italiano, seguiti dai giovani della Sardegna. In generale, a eccezione della Valle d’Aosta dove si è assistito a una diminuzione del 9%, tutte le regioni hanno mostrato un incremento nei consumi rispetto al 2023. Questo andamento appare in linea con la tendenza mondiale: nella totalità dei Paesi è stato notato un generale aumento dei tassi di prescrizioni di psicofarmaci in età pediatrica, soprattutto a seguito dell’emergenza Covid-19. Negli Stati Uniti, ad esempio, la percentuale di giovani facenti uso di psicofarmaci è cresciuta in modo sensibile dopo la pandemia: qui, nel 2024, si è attestata tra il 24,7% e il 26,3%. 

Spostando lo sguardo verso l’Europa, anche in Francia, a partire da marzo 2020, si è assistito a un aumento degli utilizzatori di antidepressivi, ansiolitici e ipnotici e sedativi e a oggi si stima che l’1,6% dei minori francesi consumino psicofarmaci. Rispetto alle eclatanti percentuali degli Stati Uniti, ma anche rispetto alle cifre francesi, i dati italiani sono ancora contenuti, ma la tendenza a una maggiore diffusione di psicofarmaci tra i giovani indica, anche nel nostro Paese, che qualcosa sta succedendo. 

ADHD: è davvero così diffuso?

Non sempre il disagio è visibile: tra scuola, aspettative e diagnosi, cresce il ricorso agli psicofarmaci anche in età pediatrica e preadolescenziale

Come evidenziato, tra gli psicofarmaci più consumati ci sono quelli per il disturbo del deficit d’attenzione e iperattività. Prendendo come riferimento l’anno scolastico 2023-2024, e considerando tutti i gradi scolastici, in Italia per cento alunni con disabilità 17,5 presentavano disturbo dell’attenzione e del comportamento. In particolare, nella scuola per l’infanzia questo rapporto si attestava a 10,1, nella primaria a 19,1, nella secondaria di primo grado a 20,3 e nella secondaria di secondo grado a 15,7. Negli ultimi anni stiamo, dunque, assistendo a un aumento esponenziale delle diagnosi di ADHD, tanto che la società scientifica, ma anche quella scolastica, si sta interrogando sulle cause di tale fenomeno prendendo anche in considerazione il ruolo giocato dai social media. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Pediatrics Open Science viene descritto come l’uso dei social sia collegato a un aumento della disattenzione. I ricercatori hanno osservato più di 8mila bambini dall’età di 10 anni fino ai 14: dopo averli divisi in tre categorie – chi usava i videogiochi, chi guardava TV e video (es. YouTube) e chi faceva uso dei social (tra cui TikTok, Instagram, Snapchat, X, Messenger e Facebook) – hanno analizzato se l’utilizzo dei vari dispositivi fosse associato a un cambiamento a lungo termine dei sintomi principali dell’ADHD. La maggiore scoperta riguarda la relazione tra l’uso dei social e il graduale aumento di disattenzione, associazione che non coinvolge l’abitudine di giocare con i video game e la visione di video. Dopo essersi assicurati che il risultato non fosse falsato da un eventuale rischio genetico di sviluppare l’ADHD, si è sgomberato dal campo anche la possibilità che fosse la scarsa attenzione a determinare un utilizzo massiccio dei social. La direzione è apparsa, difatti, unidirezionale.

I meccanismi sul come i social media colpiscano l’attenzione sono ancora sconosciuti, ma la possibilità paventata nella ricerca è che il costante pensiero verso un’eventuale notifica in arrivo comprometta la concentrazione nel momento presente. Si tratta di una distrazione che, se protratta per mesi o per anni, potrebbe avere effetti a lungo termine. Con sicurezza è possibile affermare che l’uso dei social non sia una condizione sufficiente per portare una persona con un livello normale di attenzione dentro i confini dell’ADHD, ma i ricercatori hanno calcolato che, teoricamente, l’aumento di un’ora nel loro utilizzo tra l’intera popolazione accrescerebbe le diagnosi di circa il 30%. Oggi i teenager trascorrono circa cinque ore al giorno on-line, soprattutto sui social media, eppure fino a vent’anni fa i social praticamente non esistevano. Questo cambio repentino di abitudini va di pari passo con l’aumento delle diagnosi negli ultimi quindici anni e rappresenta una possibile spiegazione. Ma le abitudini individuali non possono essere la risposta a tutto anche perché, così facendo, il rischio è quello di consegnare la responsabilità al singolo. Come racconta un articolo pubblicato su Nature, i cambiamenti del mondo sono un fattore che potrebbe incidere sulle diagnosi di deficit di attenzione e iperattività. La scuola, il lavoro, la tecnologia e altri aspetti della vita moderna stanno diventando sempre più complessi e impegnativi tanto da spingere un numero maggiore di persone oltre la soglia della disabilità. Nel pezzo intitolato “Le diagnosi di ADHD stanno crescendo. Cosa sta succedendo?”, a essere messa sotto la lente d’ingrandimento c’è anche la sovra-diagnosi, che non indica una diagnosi sbagliata, ma avviene quando si identifica una condizione reale secondo criteri formali, ma che non avrebbe causato problemi o peggioramenti della qualità della vita. Nei disturbi neuropsichiatrici ciò accade quando criteri troppo ampi o interpretazioni troppo elastiche trasformano variabilità normali del comportamento in patologie.

Nelle varie edizioni del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) si è infatti assistito a un cambiamento dei criteri diagnostici: nel DSM-4 la diagnosi di ADHD in bambini e adulti richiede la presenza di almeno sei dei nove sintomi di disattenzione e di sei o più dei nove sintomi di iperattività, e stabilisce che questi debbano essere presenti prima dei sette anni d’età. Con il DSM-5, invece, i criteri sono stati leggermente allentati: i sintomi devono essere presenti prima dei dodici anni e la diagnosi negli adulti richiede un  minimo di cinque sintomi. Come è però normale che avvenga, più si ampliano i criteri, più si aumenta l’incidenza. Ciò che i manuali non tengono mai conto sono però i fattori sociali in cui i giovani sono immersi. È l’Associazione di Studi e Informazione sulla Salute (ASIS) – composta da medici, avvocati e genitori – a ricordare che molti bambini che ricevono diagnosi di ADHD non fanno attività fisica, sono digitalmente sovra-stimolati, dormono poco, hanno un’alimentazione disordinata, stanno in un ambiente scolastico poco inclusivo e in una sfera familiare stressante e hanno a disposizione pochi spazi naturali. Indicando dunque che il problema sembrerebbe essere il contesto sociale in cui sempre più bambini e ragazzi sono costretti a vivere.

La sofferenza di alcuni è il business di altri

All’interno di questo panorama che riflette una difficoltà generalizzata, c’è chi vede le proprie tasche continuare a gonfiarsi. Nel 2023, a livello mondiale, il mercato che ruota attorno alla sindrome ADHD valeva 14,3 milioni di dollari, cifra destinata a raggiungere entro il 2030 i 18,6 milioni di dollari. In Italia il metilfenidato – principio attivo indicato in caso di deficit d’attenzione e iperattività brevettato nel 1954 dalla Ciba Pharmaceutical Company, successivamente diventata Novartis – è venduto da marzo 2007 dalla Novartis con il nome commerciale di Ritalin (poi arriveranno anche l’Equasym e il Medikinet, commercializzati rispettivamente da Takeda e da Ecupharma), dopo che nel 1989 era stato ritirato su decisione autonoma della casa produttrice, perché sembrava non rendere abbastanza. Il Ritalin, forte presenza nel mercato farmaceutico grazie al continuo aumento di diagnosi di ADHD, è un’anfetamina che da marzo 2003, per decreto ministeriale, è passato dalla tabella degli stupefacenti – appartiene alla famiglia della morfina e della cocaina – a quella degli psicofarmaci. In quegli stessi anni, in alcune scuole medie inferiori italiane partì il progetto Prisma, uno screening volto a rivelare l’incidenza di problemi emotivo-comportamentali, tramite questionari per gli insegnanti e le famiglie. Le domande ai genitori riguardavano comportamenti molto comuni e sembravano avere come obiettivo quello di accertare l’ADHD: vostro figlio corre troppo? Si arrampica? Parla troppo? Si agita o ascolta poco? Si è visto agitarsi con le mani o i piedi? Poche risposte affermative consegnavano i bambini a una valutazione clinica approfondita e, eventualmente, all’individuazione di una patologia che, nella maggior parte dei casi, porta all’assunzione di farmaci.

Allora come oggi, il rischio che corre l’approccio organicista è quello di definire un bambino “malato” quando esce dallo standard del “bravo scolaro”. In questa corsa alla diagnosi, le case farmaceutiche continuano a fare affari. Tornando alla Novartis, nel 2021 la multinazionale svizzera si è classificata quinta tra le aziende farmaceutiche, con un fatturato di 51,63 miliardi di dollari. Il maggior mercato di farmaci come il Ritalin si conferma essere quello degli Stati Uniti, ma è la regione dell’Asia-Pacifico che registra una più rapida crescita. In tutto questo, è necessario ricordare che, come dichiara anche l’Istituto Superiore di Sanità, le cause che portano alla manifestazione della sindrome di ADHD non sono univoche, né ancora accertate completamente dai medici. La medicina che guarda in modo ostinato al sintomo e non al motivo, che abbiamo visto poter essere sociale più che organico, tende ad attribuire ai bambini un’etichetta diagnostica senza mai mettere in discussione il sistema in cui tutti questi disagi psicologici si stanno sviluppando. Il fatto che al giorno d’oggi ci sia una maggiore attenzione verso i disturbi emotivo-comportamentali non può però esimerci dal domandarci perché i giovani – ma potremmo estendere la domanda alla popolazione intera – assumono sempre più psicofarmaci.

Avatar photo

Francesca Faccini

Laureata in Lettere presso l’Università di Bologna, si occupa principalmente di temi legati a cibo, ambiente, tecnologia e società.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

Articoli correlati

1 commento

  1. Non si tratta di un problema Italiano, ma di tutta la NATO, ormai da oltre un ventennio continuamente guidata da assassini pedofili e puttanieri i cui delitti riempiono le pagine dei giornali appena dimessi e santificati fino al giorno prima, ma come potrebbe mai il figlio di un giornalista del Corriere della Sera sopravvivere senza dosi da Cavallo di psicofarmaci?

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria