TORINO – È una vera e propria marea umana quella che ha invaso Torino nella giornata di oggi. Almeno in 50 mila, secondo gli organizzatori (15 mila per la questura), hanno raggiunto Torino da tutta Italia e dall’estero per scendere in piazza accanto ad Askatasuna, il centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre. Sono oltre 200 le realtà che hanno aderito, da centri sociali a ONG a parte del mondo della politica, fino a collettivi come il sardo A Foras, il Movimento No TAV, Fridays For Future, ANPI, ARCI, Thousand Madleens e molti altri. Ad accoglierle vi è era un fitto schieramento di agenti – almeno un migliaio, secondo quanto riferito da alcuni organi stampa. Dopo aver attraversato le vie della città, il corteo ha deviato verso corso Regina, dirigendosi verso il civico 47, dove ha sede l’edificio che è stato sgomberato. Qui, sono iniziati violenti scontri tra una parte del corteo e la polizia, con un fitto scambio di lacrimogeni e bombe carta e feriti da entrambe le parti.
Qualcuno porta un cartello, qualcuno tiene per mano dei bambini, c’è anche chi spinge un carrello con acqua, panini, vino e birra. Le bandiere che colorano le strade della città sono tante e sono diverse, ma portano tutte messaggi simili: basta con gli assalti agli spazi di aggregazione, basta con la politica della guerra, basta con il riarmo. Sono migliaia le persone che, nella giornata di oggi, hanno sfidato il governo e la sua retorica repressiva per presentarsi nel capoluogo torinese e sfilare con Askatasuna, dimostrando che, dove le istituzioni chiudono porte e dialogo, la società può ancora trovare solidarietà tra le proprie file. La solidarietà ha scavalcato persino i confini nazionali e portato nel capoluogo torinese solidali dalla Francia e da altre parti d’Europa.
Tre gli spezzoni del corteo che sono partiti nel primo pomeriggio da diversi punti del centro per poi incontrarsi in piazza Vittorio e percorrere l’ultimo tratto insieme verso il quartiere di Vanchiglia, militarizzato da oltre un mese. Dallo sgombero del centro sociale, infatti, camionette, concertina e decine di agenti presidiano la zona, in particolare l’area attorno all’ex sede del centro sociale, situata in corso Regina 47 – del tutto noncuranti del disagio arrecato ai residenti. Il corteo, oltre ad esprimere sostegno al centro sociale sgomberato, era volto a maninfestare il totale disaccordo della società civile con le politiche repressive del governo e con il riarmo, oltre a ribadire a gran voce il sostegno per la Palestina e chiedere la fine del genocidio. Sin dalle prime ore di questa mattina, i controlli di polizia sono stati numerosissimi, con posti di blocco disposti lungo tutto il tratto autostradale verso Torino e ai caselli. Numerosi attivisti hanno segnalato anche, in diverse parti della città, la presenza di agenti della DIGOS che hanno identificato le persone a piedi. Non solo: sono stati disposti controlli preventivi anche ai valichi del Frejus e del Monginevro, nonchè al trasporto ferroviario e persino a quello aeroportuale. In tutto, sono 747 le persone identificate prima ancora che la manifestazione cominciasse, con 236 veicoli e 4 aerei controllati, 24 i fogli di via obbligatori distribuiti, con divieto di rientro a Torino per periodi variabili da 1 a 3 anni, e 10 gli avvisi orali, oltre a 7 daspi urbani (detti DACUR).
Dopo aver sfilato per le vie attorno al centro città, il corteo si è diretto verso la sede di corso Regina 47, presidiato da decine di camionette e agenti in tenuta antisommossa, oltre che da camion-idrante e un elicottero che per diverse ore ha sorvolato il centro. Ne sono seguiti scontri durissimi tra una parte degli attivisti e la polizia, che si sono protratti tra le sei e le otto di sera. Al lancio di bombe carta e fuochi d’artificio è seguita una fitta pioggia di lacrimogeni e il getto degli idranti, mentre alcuni manifestanti sono stati picchiati con manganelli. Alcuni attivisti sono riusciti a dare fuoco a una camionetta della polizia e a creare delle barricate in mezzo a corso Regina con cassonetti dei rifiuti e cassonetti della spesa, prima di essere dispersi tra via Rossini e le strade circostanti.
Come sempre, tanto è bastato per catalizzare l’attenzione della politica. Dimenticandosi delle 50 mila persone accorse da tutta Italia per protestare contro il suo governo, Giorgia Meloni ha immediatamente provveduto a condannare quanto avvenuto in città, definendolo “grave e inaccettabile”. “Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze” ha commentato, dimenticando che la realtà dei fatti è ben diversa: al momento dell’operazione di polizia di dicembre, l’Askatasuna era un centro occupato legalmente da un movimento che pagava l’affitto al Comune e che aveva pagato di tasca propria i lavori di riqualificazione e ristrutturazione. Soldi andati del tutto in fumo, dopo che la polizia ha distrutto l’interno della struttura rendendo vani mesi di lavori e impegno comune. Anche questo ha contribuito a fomentare la rabbia della piazza: l’azione muscolare di un governo il cui chiaro obiettivo è quello di silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione efficace – e quindi scomoda. D’altronde, sul profilo X della presidente del Consiglio, accanto al video del poliziotto malmenato da un piccolo gruppo di attivisti non trovano spazio le immagini dei poliziotti che manganellano manifestanti inermi in terra.




