La sostituzione del gas russo con il GNL (gas naturale liquefatto) americano, incominciata nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, non ha affatto risolto i problemi energetici del Vecchio continente, ma ha reso l’UE ancora più vulnerabile e dipendente da un attore geopolitico oggi più che mai imprevedibile: gli Stati Uniti d’America. Si è creata così una nuova dipendenza strategica che lega ulteriormente l’Ue alle azioni e ai voleri di Washington. In quattro anni, infatti, il GNL statunitense è passato dal rappresentare il 5% delle importazioni nel 2021 al 27% di oggi, mentre allo stesso tempo il gas naturale russo è sceso dal 50% delle importazioni totali al 12%, secondo i dati di Bruegel, un think tank economico con sede a Bruxelles. I maggiori importatori di GNL americano risultano Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio, insieme al Regno Unito. In futuro è addirittura previsto un incremento di tale legame energetico: secondo Politico, infatti, una serie di nuovi accordi con le società energetiche statunitensi potrebbe far crescere le importazioni di gas da oltreoceano fino al 40% del totale di gas entro il 2030 e a circa l’80% delle importazioni complessive di GNL nel blocco, secondo i dati di IEEFA, organizzazione no-profit statunitense che promuove l’energia pulita.
La crescente dipendenza dal GNL americano rappresenta una criticità non solo nella misura in cui tale fonte energetica ha costi più elevati e un maggiore impatto ambientale rispetto al gas naturale, ma anche dal momento che le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono radialmente cambiate con l’amministrazione di Donald Trump: gli USA si stanno sempre più allontanando politicamente e strategicamente dal Vecchio continente e non esitano a minacciare le relazioni commerciali con i Paesi un tempo stretti alleati di Washington. La crescente dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti «ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio», ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetico presso il gruppo di studio che ha condotto la ricerca sulle importazioni energetiche dell’UE, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. La stessa ha aggiunto che «Un eccesso di dipendenza dal gas degli Stati Uniti contraddice la [politica dell’UE] di migliorare la sicurezza energetica dell’UE attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili». Similmente, un alto diplomatico dell’Ue ha detto a Politico che il rischio che Trump tagli le forniture all’Europa sulla scia di un’incursione in Groenlandia «dovrebbe essere preso in considerazione».
Nonostante i Paesi UE siano impegnati a diversificare le importazioni in base a nuove leggi approvate lo scorso anno, la cosa potrebbe essere difficile da realizzare nel breve termine, in quanto l’offerta globale di GNL è limitata a pochi Paesi, tra cui Qatar e Emirati Arabi Uniti che hanno avviato un’estensione della produzione. In particolare, il Qatar ha aumentato nel 2024 la produzione del più grande giacimento di gas naturale del mondo, il North Field, con l’obiettivo di aggiungere 16 milioni di tonnellate all’anno, come dichiarato dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. Tuttavia, le difficoltà logistiche e politiche fanno sì che diversificare le fonti di importazione non sia né semplice né immediato: per questo, l’Ue rimane oggi fortemente dipendente dal GNL statunitense. Cosa che è confermata dall’impegno della Commissione europea di acquistare 750 miliardi di prodotti energetici statunitensi come parte dell’accordo commerciale firmato nel 2025 con gli USA, ma anche dalla disponibilità a rinforzare e estendere le infrastrutture energetiche europee: per esempio, Bruxelles ha ribadito l’attenzione nei confronti di due importanti gasdotti che collegheranno Malta e Cipro all’Europa continentale, facilitando ancora di più i flussi di gas americano.
Nel frattempo, gli alti costi energetici del GNL importato dagli USA hanno comportato un brusco declino dell’industria europea e in particolare dell’industria chimica, uno dei settori chiave dell’economia tedesca: secondo i dati del Cefic – European Chemical Industry Council, la principale associazione che rappresenta l’industria chimica europea – il tasso di chiusure di impianti chimici in Europa è aumentato di sei volte dal 2022, facendo perdere il 9% della capacità produttiva e 20.000 posti di lavoro, con la previsione di 89.000 posti a rischio nell’indotto nei prossimi anni.
Abbandonando le forniture di gas russo, l’UE ha perso una fonte energetica a basso conto fondamentale per la sua economia: allo stesso tempo, da un lato, è stata incapace di accelerare la sua transizione verso le rinnovabili – cosa che peraltro costituiva il pilastro della politica del precedente mandato di Ursula von der Leyen – dall’altro, si è legata apparentemente senza alternative agli Stati Uniti. In questo modo ha accentuato quella sottomissione alla potenza a stelle e strisce che da tempo caratterizza il Vecchio continente, proprio in un momento in cui Washington potrebbe sfruttare la vulnerabilità energetica europea come leva per portare avanti la sua riorganizzazione dello scacchiere internazionale, mentre l’UE appare sempre meno centrale.





Ad un costo quadruplo. Che affare abbiamo fatto. Complimenti a questi eletti (non da me).