martedì 27 Gennaio 2026

Il caso Barbero: la censura sui social spiegata punto per punto

Negli ultimi giorni il video di Alessandro Barbero è diventato un caso politico. Questa vicenda infatti, al di là delle posizioni di Barbero sulla riforma della giustizia, solleva domande ben più profonde. Domande che gettano luce su alcune dinamiche essenziali per comprendere il funzionamento del dibattito pubblico in Italia e sulla libertà di parola e d’espressione. E sul ruolo che rivestono i social. 

Ma facciamo un passo indietro. Nel video Barbero esponeva le sue ragioni per votare no al referendum e dava voce alle sue preoccupazioni sulle possibili conseguenze istituzionali della riforma. Il contenuto, diventato virale in poche ore, aveva ottenuto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Ma poco dopo era stato oscurato e la sua visibilità era stata ridotta con l’accusa di contenere «informazioni false o fuorvianti».

Tale oscuramento ha fatto seguito a una verifica operata da Open, uno dei partner italiani di Meta per il programma di fact-checking. Se ufficialmente per Meta e per Open non si tratta di censura, perché il video teoricamente è ancora online, nella pratica la riduzione di visibilità di un determinato contenuto è una forma indiretta di censura perché ne limita la diffusione. Ma per capire la posta in gioco, dobbiamo chiederci: che cos’è il fact-checking? Come funziona? Chi decide cosa è vero e cosa non lo è, e con quale autorità? 

Il fact-checking è nato per combattere la disinformazione e la propagazione di fake news. In Italia è stato affidato ad alcune testate giornalistiche come Open.

Open non è un algoritmo ma è una redazione con una linea editoriale, un orientamento culturale, un sistema di valori ben preciso. Ed ecco che ci avviciniamo al primo nodo della questione. Nessuna testata giornalistica può essere davvero imparziale: resta, per definizione, parte di un ecosistema ben preciso. Non può essere un osservatore neutrale, soprattutto quando entrano in gioco visioni politiche contrapposte. Quando viene chiamato a giudicare opinioni politiche, anziché semplici fatti verificabili, ci troviamo davanti a un problema di legittimità.

Lo storico Alessandro Barbero nel 2015

Secondo le spiegazioni ufficiali, il video è stato segnalato perché considerato «troppo virale» e poi giudicato «fuorviante». Ma la virilità non è un indicatore di verità o falsità: è semplicemente un indice di diffusione. Ma veniamo ora alla seconda accusa mossa al video di Barbero: l’accusa di essere fuorviante. Qui si gioca un punto cruciale: dove finisce l’informazione e dove inizia l’opinione? 

Il fact-checking nasce come abbiamo detto per contrastare la diffusione di notizie false: eventi, dati, dichiarazioni oggettive. Un video generato da IA che ritrae Putin e Trump che giocano a golf è a tutti gli effetti una fake news; un video, invece, dove uno storico esprime le sue opinioni e i suoi personali timori su una riforma in corso (riforma sottoposta a referendum e dunque divenuta oggetto di dibattito pubblico) è ben altro.

Un’opinione è un giudizio personale che non può essere giudicata come vera o falsa in senso oggettivo. Dire ad esempio: «Ritengo che questa riforma indebolirà l’indipendenza della magistratura» è una valutazione soggettiva, che può essere argomentata o contraddetta, ma non si presta a una verifica come un fatto empirico. La parte  centrale e rilevante del video di Barbero, infatti, non era l’esposizione del testo della legge, ma l’interpretazione delle conseguenze istituzionali e politiche di tale legge. 

Anche se Barbero avesse commesso imprecisioni e semplificazioni, anche se la sua ricostruzione fosse stata parziale, come tendono ad essere la quasi totalità dei discorsi che non che non vengono passati al vaglio di un comitato redazionale, le opinioni per la loro stessa natura non nascono per offrire un’informazione precisa e puntuale. Le opinioni servono a condividere non a informare

Le opinioni esprimono uno stato d’animo, un pensiero, un’interpretazione soggettiva. Per questo si chiamano opinioni. Quando il fact-checking etichetta come fuorviante un’opinione personale, per quanto contestabile sia, non si sta più difendendo la verità, ma si sta limitando la sfera delle opinioni ammissibili nel dibattito pubblico. 

Come riuscire infatti, pur con tutta la buona volontà e le migliori intenzioni, a demarcare una linea che divida il fatto nudo e crudo dall’opinione quando si parla di temi complessi? Quando entrano in gioco temi caldi e sensibili, ai quali ogni fact-checker, in quanto essere umano, è a sua volta sensibile? E se le opinioni vengono classificate come «informazioni false o fuorvianti», allora ogni giudizio diventa un potenziale bersaglio di moderazione. 

Ma perché proprio quel video e non altri? Questa in effetti è stata una domanda che si sono fatti in molti. Se un intellettuale come Barbero è stato penalizzato per alcuni passaggi interpretativi dubbi, sorge spontaneo chiedersi perché non esista un programma uguale per i politici. Perché il post di un leader politico non subisce lo stesso trattamento, anche quando diffonde errori o semplificazioni fuorvianti di eguale se non maggiore portata?

In effetti una risposta c’è: i politici non subiscono fact-checking perché le regole della piattaforma lo impediscono. I politici sono esenti da qualsiasi moderazione dei loro contenuti, ma non lo sono gli intellettuali, gli scrittori, gli storici, i liberi cittadini. Siamo cioè nel bel mezzo di un sistema volutamente e dichiaratamente asimmetrico. 

Le implicazioni di ciò sono palesi: solo alcune opinioni possono circolare liberamente, mentre altre sono soggette a verifiche e possono essere depotenziate com’accaduto con Barbero. Il caso Barbero ci costringe ad affrontare una verità scomoda: il fact-checking può diventare uno strumento di censura mascherata. La democrazia richiede che le opinioni possano circolare, confrontarsi e persino contraddirsi senza essere penalizzate da enti esterni o soggetti terzi. Altrimenti si intaccano i principi cardine della libertà d’espressione.

Da tempo ormai i social network non sono più semplici piattaforme di condivisione personale: sono spazi dove si formano le opinioni, dove si fa politica, luoghi di confronto e scontro che nel bene e nel male sono diventati vitali nel dibattito pubblico. Ma questi spazi non sono regolati come i media tradizionali: non rispondono alle stesse garanzie di pluralismo e controlli esterni. Le piattaforme e i loro partner di fact-checking non sono soggetti a norme sui limiti alla libertà di espressione. Non c’è alcun contraddittorio pubblico trasparente, nessuna possibilità di revisione imparziale oltre agli strumenti interni offerti da Meta stessa. Ciò ha dato vita a un meccanismo squilibrato che ripropone un tema antico: il controllo delle opinioni.

Nel mondo romano la censura aveva una forma istituzionalizzata: il censor poteva valutare quali testi o discorsi erano appropriati per la città, cancellando opere ritenute immorali o pericolose per la stabilità politica. Successivamente, nel medioevo libri e manoscritti venivano messi all’Indice: la Chiesa proibiva testi ritenuti eretici, limitando la diffusione di idee scientifiche e filosofiche. Ciò ci ricorda come la gestione della parola e del sapere non sia un fenomeno moderno, ma un pericolo antico che si ripresenta oggi in chiave digitale.

Quando una piattaforma decide di ridurre la diffusione di un contenuto, quella decisione ha un impatto reale sull’ecosistema informativo: influenza chi vede cosa, modella il discorso pubblico, impone vincoli alla circolazione delle idee. E allora dovremmo domandarci se possiamo accettare che meccanismi opachi e non sottoposti a controllo pubblico decidano quali opinioni hanno diritto di circolare e quali no. Siamo disposti a prendere per oro colato le parole di una società privata con sede negli Stati Uniti? 

Se non rivediamo il modo in cui controlliamo, etichettiamo e moderiamo i contenuti, finiremo per consegnare alle piattaforme private il diritto di definire non solo la verità dei fatti, ma la legittimità delle opinioni. E questo, in una democrazia, non può essere accettabile.

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Guendalina Middei

Nata a Roma nel 1992, scrittrice appassionata di letteratura russa e cultura classica, collaboratrice di diverse riviste letterarie. Sui social la sua pagina Professor X è un punto di riferimento per oltre cinquecentomila lettori. Autrice di diversi libri e romanzi, l'ultimo dei quali è "Sopravvivere al lunedì mattina con Lolita" (Feltrinelli, 2025).

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