martedì 27 Gennaio 2026

Cuba si prepara all’attacco americano: “disponibili al dialogo, ma siamo pronti a resistere”

La tensione nei Caraibi non accenna a diminuire dopo il blitz americano contro il Venezuela dello scorso 3 gennaio, conclusosi con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Il presidente Donald Trump ha infatti alzato il tiro e ha minacciato in maniera diretta Messico, Colombia e Cuba. Lo scorso 17 gennaio, dunque, il Consiglio Nazionale di Difesa Cubano si è riunito per valutare e rafforzare i piani di preparazione militare e contrastare eventuali piani di cambio di regime sull’isola da parte di Washington. 

Per il governo cubano l’attacco al Venezuela è stato un duro colpo per diversi motivi: Caracas è il principale partner ideologico dell’Avana, con il suo modello socialista bolivariano fortemente vicino ai valori della Rivoluzione. La special relationship tra i due Paesi garantiva alla più grande delle Antille un rifornimento costante di petrolio, vitale per tenerne in piedi l’economia strangolata da più di 60 anni di blocco economico, e assicurava a Caracas di poter contare su personale militare e dei servizi segreti cubani per la sicurezza delle proprie infrastrutture. Ed è proprio tra questi elementi cubani che si contano le maggiori vittime del blitz statunitense del 3 gennaio, costato la vita a circa 80 uomini delle forze di sicurezza a guardia della residenza da cui sono stati prelevati Nicolás Maduro e Cilia Flores. Cuba piange in questi giorni le sue 32 vittime, ma al tempo stesso si prepara a un attacco che, ormai sembra certo, non è lontano.

Le stesse dichiarazioni dell’establishment statunitense non lasciano spazio a dubbi: già all’indomani dell’attacco a Caracas il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto che Cuba era “in guai seri”, mentre Trump dichiarava «Cuba sta per crollare. Non credo serva alcun intervento».

La prospettiva di un regime change a L’Avana non è nuova alla politica statunitense, che ne è anzi il principale sponsor da ormai più di sessant’anni, con alle spalle diversi attentati sull’Isola e almeno un tentativo fallito di invasione armata. Già in estate, il dispiegamento della più grande flotta navale mai schierata nel Mar dei Caraibi aveva preoccupato fortemente il governo cubano, consapevole di essere nella lista nera del Presidente statunitense: d’altronde, lo stesso Trump nel suo primo mandato aveva inasprito fortemente le già drastiche misure economico-commerciali-finanziarie in vigore all’epoca da cinque decenni, che strangolano l’economia cubana e le impediscono un accesso equo ai mercati internazionali. Un attacco al Venezuela, tra i principali partener cubani nella regione, alleato nelle più influenti organizzazioni regionali (come la CELAC e l’ALBA), rappresenta chiaramente un avvertimento e una minaccia per l’Avana.

Non sorprende allora che lo scorso 17 gennaio si sia riunito il Consiglio Nazionale di Difesa «con l’obiettivo di aumentare e migliorare il livello di preparazione e coesione degli organi di gestione e del personale», di «valutare la preparazione militare in caso di guerra», secondo un comunicato diffuso da canali ufficiali. L’incontro, presieduto dal Presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel, aveva l’obiettivo di «analizzare e approvare i piani e le misure per la transizione allo Stato di Guerra», come parte della «preparazione del paese secondo il concetto strategico della Guerra dell’intero Popolo», si legge su Cubadebate.cu.

L’espressione si riferisce alla dottrina formulata da Fidel Castro, assurta a concezione difensiva strategica del Paese, basata sullo «spiegamento del sistema di difesa territoriale come fondamento della sua potenza militare e sull’uso più vario di tutte le forze e risorse della società e dello Stato», secondo l’articolo 3.b della Ley 75 de la Defensa Nacional.

Lo Stato di Guerra non è ancora stato dichiarato, ma L’Avana inizia a prepararsi allo scenario peggiore, quello di un tentativo di regime change sul modello venezuelano recentemente sperimentato. Uno scenario che, al netto delle dichiarazioni neutraliste di Trump – secondo cui «Cuba cadrà da sola» – sembra farsi sempre più reale.

Da un lato, il Presidente ha annunciato sui social un prossimo aumento del 50% delle spese militari, dagli attuali 1.000 miliardi di dollari (già il 13% in più rispetto allo scorso anno) a 1.500 miliardi entro la fine del 2027. Una promessa che finora si limita a un annuncio social, e per la quale sembra difficile l’amministrazione riuscirà a reperire i fondi necessari.

I presidenti di Cuba, Miguel Diaz-Canel (a sinistra) e il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro (a destra), durante una visita di Stato in Venezuela

Dall’altro lato, un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione statunitense starebbe attivamente puntando a un cambio di regime a Cuba entro la fine dell’anno, e che si sarebbe già mossa per cercare all’interno dell’amministrazione cubana la persona con cui trattare la transizione. Un golpe basato sulla riproposizione del modello seguito in Venezuela, dunque: pressione psicologica mediante minacce e accuse, schieramento militare, attacchi mirati per spingere la società civile al collasso interno e qualche funzionario al tradimento.

La presenza della portaerei USS George H.W. Bush a 60 miglia dalle coste di Varadero, nonché la velata minaccia su Truth al governo cubano a “raggiungere un accordo” prima che sia “troppo tardi” non lasciano spazio a dubbi.

Non a caso, l’avventura venezuelana ha fruttato bene a Donald Trump in termini di popolarità interna: immediatamente dopo i fatti del 3 gennaio, l’elettorato repubblicano si è compattato dietro al suo presidente, contraltare a una crisi di consenso unica secondo i sondaggi, che fotografano l’immagine di un presidente trasversalmente impopolare i cui consensi sono in caduta libera. La risoluzione della questione cubana – non a caso promessa entro la fine dell’anno – potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la popolarità del presidente, da valutare a seguito delle delicatissime elezioni di midterm di questo novembre.

Nel frattempo, Cuba si prepara a resistere. Non ha promulgato lo Stato di Guerra, ma ha rafforzato le infrastrutture militari e la compagine civile del suo sistema di difesa: una prassi nel paese caraibico, che vive da sei decenni una situazione di assedio non solo economico-finanziario-commerciale, ma anche concretamente militare, dal momento che lo spauracchio dell’invasione non è mai davvero venuto meno dopo gli scontri della Baia dei Porci.

Cuba rafforza anche i legami con i partner regionali, contrastando la narrativa di Washington che la vorrebbe ormai isolata dopo la caduta di Maduro: il presidente Miguel Díaz-Canel ha riportato su X un colloquio telefonico con Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela, a cui ha espresso il «sostegno e la solidarietà» di Cuba, a sottolineare la continuità della vicinanza dei due Paesi. Ha cementato i rapporti col Messico, anch’egli nel mirino della repressione trumpiana, e con la sua presidente Claudia Sheinbaum, che si è resa disponibile a mediare nel dialogo tra Cuba e USA. Dialogo al quale Díaz-Canel si è detto sempre aperto, pur non accettando minacce e imposizioni, e su un livello paritario.

A livello internazionale, sono stati riaffermati gli storici legami con Cina e Russia. Mercoledì 21 gennaio Raul Castro ha ricevuto nel Palacio de la Revolución il ministro dell’Interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokolcev, nell’ambito di un rafforzamento delle relazioni tra “paesi fratelli”.

Il giorno prima, l’ambasciatore cinese Hua Xin ha confermato il «vincolo di amicizia speciale che lega Cuba e Pechino» rinsaldato dall’approvazione cinese dell’invio di 60.000 tonnellate di riso verso l’Isola e un pacchetto di aiuti da 80 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamento e materiale elettrico, per rinforzare e ammodernare le infrastrutture energetiche cubane.

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Ruben Ernesto Umbrello

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Statale, vive e lavora a Milano. Si interessa di temi di attualità, affari internazionali e cultura, di cui scrive per varie testate online.

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