L’abbigliamento tecnico e sportivo è sempre più presente nei nostri armadi. Un settore, in crescita costante, perché non si limita solo a vestire palestre o luoghi dedicati all’allenamento, ma è ormai linguaggio di tutti i giorni, sdoganato anche per look che rievocano lo streetstyle con capi un tempo etichettati come “sportivi” o “da palestra”.
Ed è proprio in questa nicchia che da anni si stanno dirigendo le ricerche e le innovazioni tessili per ridurre e sostituire fibre derivate dal petrolio con il suo corrispettivo ricavato dalle piante, in grado di dare ai capi le solite caratteristiche tecniche e performanti, migliorandone la qualità con un impatto ambientale ridotto. Un’evoluzione che cambia completamente il modo di progettare il capo sportivo: più performante, circolare e con una maggior trasparenza per il cliente finale.
Per decenni l’elasticità dei capi sportivi è dipesa da elastan e altre fibre sintetiche derivate dal petrolio, difficili da riciclare e responsabili del rilascio di microplastiche durante il lavaggio. La nuova generazione di tessuti stretch prova a risolvere questi limiti sostituendo parte o tutta la componente elastica con materie prime vegetali. In fin dei conti, la gomma naturale è il primo elastico della storia, magistralmente creato da madre natura e dal quale ci siamo allontanati per questioni di ordine meramente economico. Ritornare alle origini, in questo caso, è un modo per ridurre le emissioni lungo il ciclo di vita del prodotto e nello stesso tempo ottimizzare il riciclo o il compostaggio a fine uso del capo. Il tutto senza sacrificare la performance in nome dell’ecologia, ma dimostrando che comfort, libertà di movimento e gestione dell’umidità possono convivere con criteri di sostenibilità. Per l’abbigliamento sportivo (ma non solo), che richiede vestibilità aderente e dinamica, lo stretch bio-based diventa quindi un fattore strategico.
Le innovazioni più interessanti ruotano intorno a fibre e filati sviluppati a partire da oli e gomme di origine vegetale, spesso abbinati a fibre naturali tradizionali come il cotone.
- Olio di ricino: usato per creare poliammidi bio-based in grado di sostituire il nylon classico in capi tecnici e activewear, mantenendo leggerezza, elasticità e rapidità di asciugatura (come il filato EVO® prodotto da Fulgar e già usato da marchi come Reformation).
- Gomma naturale: impiegata come anima elastica al posto dell’elastan, rivestita da fibre come il cotone organico per ottenere tessuti stretch privi di componenti plastiche convenzionali (COREVA™ di Candiani Denim ha brevettato il primo denim stretch biodegradabile e compostabile).
- Derivati da amidi (come il mais industriale): combinati con altri polimeri bio-based per migliorare proprietà come la termoregolazione e la stabilità del tessuto.
Queste fibre elastiche, abbinate con quelle vegetali come canapa, bambù, lino e ortica, che presentano qualità come traspirabilità, resistenza e comfort, permettono di progettare tessuti misti in cui ogni componente ha una funzione precisa (elasticità, gestione del sudore, resistenza, morbidezza e comfort).
Dal laboratorio al prodotto finito il passaggio non è immediato, ma sta arrivando. Alcune aziende hanno sviluppato denim e tessuti tecnici stretch compostabili, dove la fibra elastica è sostituita da gomma naturale avvolta in cotone organico, ottenendo capi elastici ma privi di microplastiche. Altre realtà hanno lanciato filati bio-based derivati da olio di ricino e mais, destinati ad abbigliamento sportivo, indumenti per le gambe (come leggings) e costumi da bagno, caratterizzati da leggerezza, elasticità stabile, asciugatura rapida e proprietà batteriostatiche.
Ad approfittare di queste innovazioni sono stati marchi internazionali di moda responsabile, che hanno iniziato a utilizzare questi filati per collezioni di abbigliamento sportivo, dimostrando concretamente che il passaggio alla bio-based stretch technology è compatibile sia con performance che con l’immagine. Il risultato sono capi elasticizzati adatti per yoga, corsa, attività all’aria aperta, allenamento in palestra o tempo libero con stile, una filiera più trasparente e un fine vita, almeno in teoria, meno impattante.
Durante l’attività sportiva, con il sudore ed il contatto stretto dei capi sulla pelle, è fondamentale sapere cosa ci mettiamo addosso per evitare spiacevoli sorprese e danni per la salute. L’adozione di tessuti stretch derivati dalle piante porta benefici anche da quel punto di vista: leggerezza, traspirabilità e, in alcuni casi, caratteristiche termoregolanti contribuiscono a mantenere il corpo asciutto e alla giusta temperatura durante lo sforzo. Inoltre, l’elasticità resta elevata, con buona resilienza e ritorno alla forma, garantisce che i capi seguano i movimenti senza deformarsi. Sull’ambiente, la riduzione dell’uso di materie prime fossili, il minore rilascio di microplastiche, la possibilità di riciclo o compostaggio a seconda della composizione del tessuto e delle tecnologie disponibili, hanno comunque un impatto positivo. Al momento non tutti i tessuti bio-based sono automaticamente biodegradabili o riciclabili e, per valutare la sostenibilità globale bisogna prendere in esame l’intero ciclo di vita della fibra, dalla coltivazione della materia prima alla tintura ed eventuali ulteriori trattamenti chimici.
In ogni caso, si tratta di un punto di svolta per tutta l’industria tessile che, come evidenziato nell’analisi del Global Textile Times sulle innovazioni del 2026, affronta l’impatto ambientale dell’abbigliamento sportivo (che rappresenta oltre il 20% dei rifiuti sintetici dell’abbigliamento) mentre risolve problemi di un approccio progettuale datato e non più adatto alle esigenze contemporanee.




