Un nuovo capitolo per la governance globale degli oceani si apre oggi con l’entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare, un accordo storico delle Nazioni Unite destinato a proteggere le acque internazionali che coprono circa il 60% degli oceani mondiali. Dopo quasi vent’anni di negoziati e il superamento, lo scorso settembre, della soglia delle 60 ratifiche necessarie, lo strumento fornisce finalmente un quadro giuridico vincolante per salvaguardare la biodiversità marina al di fuori delle giurisdizioni nazionali. L’obiettivo centrale è ambizioso: permettere la creazione di una rete di Aree Marine Protette (AMP) per tutelare almeno il 30% degli oceani entro il 2030. Mentre oltre 80 nazioni hanno già perfezionato la loro adesione, tra cui potenze come Cina e Francia, un grande paese marittimo come l’Italia rimane inspiegabilmente assente dall’elenco.
Il trattato, noto anche come Accordo BBNJ sulla biodiversità oltre la giurisdizione nazionale, rappresenta una svolta epocale per la cooperazione multilaterale. Il meccanismo consentirà di designare AMP in acque internazionali attraverso un processo che prevede anche l’adozione per voto, evitando il veto di un singolo paese. Oltre a ciò, il testo rafforza gli obblighi per le valutazioni di impatto ambientale per attività come pesca, trasporto marittimo o estrazione, promuove la cooperazione scientifica e stabilisce una ripartizione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine. I Paesi aderenti si impegnano innanzitutto a creare aree marine protette in alto mare e a rafforzare la cooperazione tra istituzioni, enti di ricerca e organizzazioni regionali. In secondo luogo, ma non per importanza, il trattato stabilisce anche un principio fondamentale: chi causa danni all’ambiente marino dovrà farsene carico. Paesi, aziende o gli enti coinvolti in attività potenzialmente inquinanti saranno dunque obbligati a valutare in anticipo l’impatto delle proprie azioni e ad assumersi la responsabilità economica e legale di eventuali danni causati.
Tuttavia, in questo quadro, l’Italia si presenta con una grave lacuna. Il nostro Paese, nonostante facesse parte della coalizione che ne promuoveva una rapida attuazione, non ha ancora ratificato il trattato. La discussione nel parlamento italiano è lontana dalla conclusione, incappando nei consueti rimpalli istituzionali che hanno già caratterizzato il ritardo su altri accordi marittimi. «Una rapida ratifica costituirebbe un segnale concreto e coerente rispetto agli impegni assunti, contribuendo a colmare l’attuale distanza dagli obiettivi internazionali di protezione della biodiversità: l’invito al Governo è di procedere quanto prima alla ratifica dell’Accordo», ha dichiarato WWF Italia. La criticità della situazione italiana non riguarda solo la scena internazionale, ma si riflette drammaticamente nelle acque nazionali. La protezione dei mari italiani versa in condizioni critiche, con meno dell’1% di superficie effettivamente tutelata da misure di conservazione valide, dato ben lontano dall’obiettivo del 30% al 2030. «Le Aree Marine Protette in Italia sono poche, piccole e coprono una superficie irrisoria di mare», ha affermato Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. Per provare a colmare questo gap, da un anno è attivo il progetto “AMPower”, promosso da Blue Marine Foundation e Greenpeace Italia, che supporta le AMP esistenti nei processi di ampliamento e gestione efficace, affiancandole anche nella tutela dei siti Natura 2000 marini, spesso protetti solo sulla carta.
Non mancano, a livello globale, le sfide e i timori sull’efficacia del nuovo trattato. «Oggi è un giorno di festa per la biodiversità e il multilateralismo, ma il lavoro di proteggere l’oceano è ben lontano dall’essere completo», avverte Sofia Tsenikli della Deep Sea Conservation Coalition. Una delle maggiori preoccupazioni riguarda le possibili scappatoie, in particolare per quanto concerne l’estrazione mineraria in acque profonde, un’attività promossa da alcuni Paesi firmatari nonostante i suoi impatti deleteri. «Il Trattato sull’Alto Mare alza sensibilmente l’asticella, ma da solo non impedirà l’avvio dell’estrazione mineraria in acque profonde nel nostro oceano», ha concluso Tsenikli.




