L’ufficio scolastico regionale per il Lazio, su direttive del Ministero dell’Istruzione, ha chiesto ai presidi di fare una “rilevazione” degli alunni palestinesi presenti nelle scuole italiane. «Un atto inaccettabile, che introduce una vera e propria schedatura su base etnica e nazionale all’interno della scuola pubblica statale», ha commentato l’Unione Sindacale di Base (USB). Ha fatto eco la FLC-CGIL, ritenendo «inaccettabile che la rilevazione non contenga nessuna motivazione alla base della richiesta di dati che peraltro dovrebbero essere in possesso del Ministero». Il governo è presto corso ai ripari, sostenendo che la richiesta fosse equiparabile a quella avanzata in passato per gli studenti ucraini. Nessuna parola su tempismo e contesto, con la “rilevazione” degli alunni palestinesi maturata in un periodo di forte repressione per tutto il movimento solidale con la Palestina, tra inchieste, processi e arresti.
Per l’anno scolastico 2025/2026, il Ministero dell’Istruzione ha avviato un’indagine sugli alunni palestinesi, chiedendo (senza alcuna motivazione) ai dirigenti scolastici di inviare entro il 14 gennaio i dati numerici degli studenti e, in via facoltativa, informazioni su percorsi di inserimento o affiancamento predisposti. «Tale attività è stata fatta con le stesse finalità e il medesimo format utilizzati dal precedente governo relativamente agli studenti ucraini», ha dichiarato Carmela Palumbo, capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione. Il paragone non convince i movimenti degli studenti e i sindacati, che manifesteranno a Roma il 19 gennaio presso l’Ufficio Scolastico Regionale (USR) Lazio. «La rilevazione degli studenti ucraini» fu accompagnata — scrive l’USB — «da piani straordinari di accoglienza, risorse dedicate, strumenti didattici, supporto linguistico e misure di integrazione esplicite»; mentre oggi «il Ministero chiede alle scuole di identificare e contare studenti palestinesi senza alcun progetto educativo dichiarato, senza risorse aggiuntive, senza un quadro normativo trasparente e senza tutele chiare».
L’USB cita poi il clima di repressione e criminalizzazione della solidarietà all’interno del quale si inserisce la misura governativa. La prevedibile risposta dello Stato ai partecipati scioperi generali di settembre e ottobre sta arrivando in queste ore, con denunce, multe e misure cautelari. A centinaia di persone è stato notificato l’avvio di indagini, con l’ormai noto schema accusatorio: danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e blocco stradale, la novità del decreto sicurezza ex 1660. Nelle stesse ore, Anan Yaeesh veniva condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel 2024 per conto di Israele, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto — «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato — e che gli è valsa il carcere a causa della valutazione dei giudici, secondo cui la resistenza palestinese è terrorismo.




