Si passa alla seconda fase del cessate il fuoco a Gaza. Almeno, questa sembra la volontà americana annunciata sui social media dall’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, che ha dichiarato su X che il piano in 20 punti di Trump per Gaza sta “passando dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione, alla governance tecnocratica e alla ricostruzione”.
La nuova fase prevede l’istituzione di un Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, incaricato di assumere la gestione quotidiana del territorio per un periodo di transizione che durerà idealmente fino a fine 2027, e avvia la completa smilitarizzazione e ricostruzione di Gaza, cominciando dal disarmo di tutto “il personale non autorizzato”. Nel frattempo, ignorando quanto previsto dalle disposizioni statunitensi, Israele ha annunciato nuove massicce operazioni militari nella Striscia, volte ad espandere ulteriormente il controllo sul territorio.
La prima riunione del Comitato Nazionale, composto da 15 personalità palestinesi e guidato da Ali Shaath – ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Palestinese, – si dovrebbe tenere oggi al Cairo, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Fonti egiziane hanno precisato che la sede del Comitato tecnico palestinese sarà per il momento all’estero e che l’organismo sarà trasferito a Gaza “dopo il ritiro israeliano”. Il Comitato sarà supervisionato da un “Consiglio di pace” guidato da Trump in persona e formato da osservatori internazionali, la cui composizione non è ancora stata dichiarata.
“Gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi, compreso il ritorno immediato dell’ultimo ostaggio deceduto. Il mancato rispetto di tali obblighi comporterà gravi conseguenze”, ha affermato Witkoff. Sono oltre 1190 le violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele dall’inizio della tregua a ottobre denunciate dall’ufficio stampa del governo di Gaza, ma di queste, non si parla. Così come non si parla degli almeno 400 palestinesi uccisi della Striscia negli ultimi 3 mesi, di cui oltre 100 bambini, e delle oltre 2500 ulteriori strutture abitative demolite.
Mercoledì Hamas e Jihad Islamico hanno espresso il proprio sostegno al Comitato tecnocratico e così ha fatto l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, sottolineando però l’importanza di “collegare le istituzioni dell’Autorità palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, senza creare accordi amministrativi, giuridici o di sicurezza che rafforzino la duplicazione, la divisione, la separazione o la frammentazione, sostenendo al contempo il principio di un unico sistema, un’unica legge e un’unica arma legittima.” La Presidenza dell’ANP ha inoltre riaffermato la necessità di adottare parallelamente misure decisive in Cisgiordania, sotto attacco continuo da parte dei militari israeliani e dai coloni.
Hamas ha dichiarato che, come previsto dagli accordi, non ha intenzione di assumere alcun ruolo nell’autorità governativa futura di Gaza e che intende limitare il proprio ruolo a una funzione di monitoraggio, ma non ha ancora accettato di consegnare completamente le armi. Fidarsi di Israele infatti, è difficile: solo pochi giorni fa Tel Aviv ha annunciato di aver elaborato “piani per lanciare nuove massicce operazioni militari intensive a Gaza a marzo”, con un’offensiva mirata a Gaza City volta a spingere la linea gialla di demarcazione del cessate il fuoco verso la costa dell’enclave, espandendo ulteriormente il controllo sul territorio. Il tutto in netta contraddizione con la “Fase due” del piano Trump, che prevede il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia e l’invio di truppe straniere che dovrebbero occuparsi di mantenere la pace nell’area. Netanyahu ha già annunciato che l’inizio della nuova fase è una mossa formale, “simbolica”, e che essa non cambia i piani di Israele su Gaza. In una dichiarazione condivisa sui social media, parlando dell’ultimo corpo disperso, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha affermato che “il ritorno di Ran è la nostra massima priorità”, aggiungendo che i piani per istituire il comitato tecnocratico per governare Gaza “non influiranno sugli sforzi” per riportare i resti di Gvili in Israele. Una mossa che sembra anticipare la retorica che utilizzerà Israele per continuare a rompere il cessate il fuoco.
Di fatto gli accordi sanciti non sono mai stati pienamente rispettati: le aggressioni militari delle IDF non si sono mai fermate, e il governo israeliano continua a impedire l’ingresso di molti degli aiuti umanitari concordati. La guerra alla popolazione di Gaza continua anche la recente espulsione di almeno 37 ONG dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania e con il blocco del valico di Rafah.
La Fase due e il Board of Peace di Trump
La prima fase del piano di cessate il fuoco è iniziata il 10 ottobre, con lo scambio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas e dai suoi alleati con i detenuti palestinesi detenuti da Israele. Le forze israeliane si sono ritirate su una “linea di tregua (gialla)”, la Yellow Line che ha permesso loro di mantenere il controllo della maggior parte del territorio della Striscia.
In questa seconda fase appena iniziata, il lavoro del comitato di transizione palestinese sarà supervisionato da Nickolay Mladenov, un veterano diplomatico bulgaro delle Nazioni Unite che ha tenuto colloqui sia con funzionari israeliani che palestinesi. Mladenov ha ricoperto il ruolo di inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente dall’inizio del 2015 fino alla fine del 2020 ed è ampiamente rispettato in tutta la regione.
Mladenov riferirà a sua volta al comitato di pace di Trump, che dovrebbe essere composto da un gruppo di leader mondiali i cui nomi saranno resi noti nei prossimi giorni. Il “Board of Peace” potrebbe vedere la luce la prossima settimana nel corso del World Economic Forum (Wef) a Davos. Tony Blair continua ad essere uno dei politici che sembra assumeranno un ruolo decisivo sul futuro di Gaza; secondo alcuni media, l’ex primo ministro inglese è candidato per un posto nel comitato esecutivo che gestirà le scelte del Board of Peace presieduto da Trump. Anche rappresentanti di Italia e Germania entreranno probabilmente a far parte del gruppo, mentre Israele sembra determinato a tenere fuori dai giochi la Turchia.
La nuova fase si apre nell’incertezza: mentre ancora si deve capire come funzionerà il Comitato appena nominato, e se Israele non lo ostacolerà, il gigante nella stanza che è la questione iraniana appare in tutta la sua grandezza. Il futuro prossimo della regione è legato al “dossier iraniano”, e in molti temono una escalation che potrebbe distogliere l’attenzione di Washington – e del resto del mondo – dalla causa palestinese, lasciando a Tel Aviv la libertà totale di continuare a distruggere e occupare la Striscia di Gaza.




