Negli ultimi cinque anni, in Italia i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 24,9%. Un rincaro che pesa sui consumatori, mentre per i produttori non si traduce in maggiori guadagni: gli agricoltori denunciano margini fermi, compressi lungo una filiera sempre più sbilanciata. Su questo squilibrio si concentra l’indagine conoscitiva avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sulla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), accogliendo le denunce del Codacons. L’Antitrust passerà al setaccio potere contrattuale, pratiche commerciali e peso dei prodotti a marchio, per capire se dietro il caro-spesa si nascondano dinamiche distorsive.
Secondo i dati ISTAT, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi otto punti più dell’inflazione generale (17,3%). Un rincaro che, per l’Antitrust, richiede risposte e trasparenza: l’obiettivo è capire se gli aumenti siano “ingiustificati”, oppure il risultato di meccanismi di mercato alterati. Alcuni rincari possono essere spiegati da eventi eccezionali e dalle normali oscillazioni del mercato: a dicembre cacao e cioccolato in polvere costavano il 20% in più rispetto all’anno precedente, il caffè il 18%, carne e uova quasi l’8%. Si tratta dei prezzi sugli scaffali, che la grande distribuzione ha sempre giustificato con l’aumento dei costi a monte, dalle materie prime all’energia e al packaging. L’autorità guidata da Roberto Rustichelli, però, mette in dubbio che questa narrazione sia del tutto fondata e sospetta che non tutti gli aumenti siano realmente legittimati. Per l’Antitrust, anche con costi stabili o in calo, la grande distribuzione potrebbe aver mantenuto prezzi elevati grazie al proprio potere di mercato. Lo squilibrio tra pochi grandi gruppi e molti piccoli produttori potrebbe aver inciso sui rincari più dei reali aumenti dei costi.
Gli aumenti dei prezzi alimentari non sono un fenomeno isolato, ma rappresentano un trend costante degli ultimi anni. Con 30 euro di spesa oggi si compra molto meno di quanto si poteva fare nel 2021, e questa dinamica pesa soprattutto sulle famiglie e sui redditi più bassi. Secondo l’Antitrust, va valutato anche il crescente ruolo delle cosiddette “private label” (prodotti a marchio dei distributori), che, pur presentandosi come alternative più economiche, possono influenzare le dinamiche concorrenziali e i rapporti di forza con i fornitori. Sotto la lente finiranno anche meccanismi poco visibili al pubblico, come i contributi che i fornitori devono versare per entrare nei supermercati e ottenere spazio nelle promozioni, oltre alle alleanze tra catene che uniscono gli acquisti per rafforzare il proprio potere negoziale.
L’apertura dell’indagine ha suscitato reazioni diversificate. Le associazioni di consumatori e alcuni operatori di settore parlano di pratiche che hanno penalizzato sia famiglie sia produttori, costringendo molte famiglie a ridurre la spesa alimentare e a modificare le proprie abitudini di consumo. D’altro canto, rappresentanti della grande distribuzione, hanno minimizzato l’impatto dell’inchiesta, affermando che il settore ha già adottato misure per contenere il trasferimento dei costi sui prezzi al consumo. «Abbiamo operato fin dai primi picchi inflattivi nel 2022-2023 per frenare il rincaro», garantisce il presidente di Federdistribuzione, Carlo Alberto Buttarelli, mentre Mauro Lusetti, presidente di Conad e di Adm (Associazione distribuzione moderna), assicura che l’intenzione di «chiarire ogni dubbio».
Avviata il 16 dicembre 2025, l’indagine si concluderà entro la fine del 2026 con una relazione che potrà aprire la strada a interventi correttivi, anche sul piano normativo. In un contesto di prezzi sotto pressione, l’azione dell’Antitrust intercetta una domanda crescente di trasparenza su come si formano i costi lungo la filiera. Non si tratta solo di individuare eventuali condotte scorrette, ma di capire come ristabilire condizioni di concorrenza effettiva, tutelando chi acquista e chi produce. Se emergeranno abusi o distorsioni, l’Autorità potrà intervenire per riequilibrare un sistema che oggi appare sbilanciato. Per famiglie e agricoltori è un tentativo di dare voce alle difficoltà di questi anni: dalla tavola alla politica dei prezzi, il nodo resta quello di un sistema che deve funzionare in equilibrio, senza ingiustificati aumenti che pesano sul bilancio quotidiano delle persone.





Da sempre, essendo appassionato di cucina, mi occupo degli acquisti.Già con il passaggio all’euro fummo truffati: ciò che costava 1000 Lire al supermercato, fu tradotto in 1 euro, con un aumento di quasi il 100%. Ma ci fu detto che era colpa “nostra”, di noi consumatori, della nostra “percezione”, praticamente accusati di non sapere fare una moltiplicazione. Più recentemente le idee brillanti degli euro dementi di sanzionare la Russia hanno prodotto certamente un rincaro dell’energia nel suo complesso. Però che la GDO affermi che va tutto bene così è alquanto discutibile. E’ sufficiente parlare con un produttore per non capacitarsi della differenza abnorme tra quanto viene pagato al produttore e il costo sullo scaffale (quando posso, ovviamente, compro dai produttori, ma non sempre è possibile).
Un esempio elementare: ho una tessera che conteggia gli euro di spesa mensili e, a fine mese, concede uno sconto del 5% quando si sono spesi 250 euro, oltre a omaggi intermedi. Il punto è che sino a due anni fa il raggiungimento della spesa di 250 euro avveniva in prossimità degli ultimi giorni del mese. Da due anni a questa parte, progressivamente, la tessera raggiunge i 250 euro di spesa una settimana prima. E gli acquisti sono pressoché gli stessi. Quindi…