mercoledì 14 Gennaio 2026

La Siria “benedetta” dall’Occidente all’attacco dei curdi: testimonianza dal Rojava

A partire dal 6 gennaio scorso sono ricominciati gli scontri armati tra le forze legate al nuovo governo Damasco e le milizie popolari legate all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES): l’offensiva ha colpito soprattutto i quartieri a maggioranza curda di Aleppo e ha riattivato la tensione anche lungo il confine con il Rojava. Il risultato è stato un nuovo picco di violenza con decine di morti e feriti, migliaia di sfollati e, secondo le ricostruzioni locali, la presa di controllo di alcuni quartieri da parte del governo centrale. L’escalation arriva nel pieno del confronto sul futuro assetto del Paese: da una parte il nuovo regime di Damasco, benedetto da Occidente, punta a ricentralizzare il controllo dei territori; dall’altra i rappresentati curdi chiedono garanzie politiche e amministrative per proseguire la rivoluzione collettiva e antiautoritaria del confederalismo democratico che difendono in armi dal 2012.

«C’è vento di guerra» dice A., solidale italiana trasferitasi da qualche mese nel Kurdistan occidentale, al telefono con L’Indipendente. A. parla dalla Comune Internazionalista del Rojava, un’esperienza nata nel Nord-Est della Siria che accoglie persone da tutto il mondo per formarsi sull’ideologia dell’autonomia democratica, unirsi alla rivoluzione delle donne e imparare le basi del confederalismo democratico teorizzato da Ocalan. Per motivi di sicurezza, ha preferito rimanere anonima. «I soldati di Al-Joulani si sono avvicinati moltissimo al confine con DAANES; ma anche l’esercito turco si è avvicinato dalla parte turca», riferisce. «Il governo siriano ha rotto gli accordi stipulati il 1° aprile con le SDF [le Forze Democratiche Siriane, ndr] e ha attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiye. Data la situazione, anche un nuovo inizio degli attacchi da parte dello Stato turco sul Rojava non è da escludere, nonostante le trattative di pace in corso tra lo stato turco e il leader del Movimento di Liberazione del Kurdistan, Abdullah Ocalan, che ancora oggi si trova nel carcere di massima sicurezza di Imrali».

«È chiaro che eventuali attacchi andrebbero a minare gli accordi di pace e la possibilità di costruire una soluzione democratica in Medio Oriente» riporta. «Qui in questi giorni ci sono cortei quasi quotidiani. C’è molta voglia di resistere in tutto il Rojava, c’è molta solidarietà. Erano partiti convogli da tutte le città per arrivare a sostenere i quartieri assediati Ashrafieh e Sheikh Maqsoud di Aleppo» continua A. Con il cessate il fuoco concordato tra le milizie del governo di transizione siriano e le Forze di Sicurezza Interna alla città, questi convogli sono rientrati accompagnando e supportando la popolazione sfollata di Aleppo e le persone cadute difendendo la città.

L’11 gennaio il governo di transizione siriano ha preso il controllo dei due quartieri, dopo giorni di massacri, che hanno visto decine di morti e feriti e migliaia di sfollati. Gli scontri sono stati i più violenti dalla caduta del regime di Bashar al Assad nel dicembre del 2024. Scoppiati il 6 gennaio, si sono configurati come un messaggio chiaro da parte del governo siriano e dello Stato turco della loro volontà di ostacolare la possibilità di costruire una Siria unita e democratica. «L’accordo firmato il 1 aprile scorso prevedeva che i due quartieri venissero smilitarizzati; in cambio, Ashrafieh e Sheikh Maqsoud sarebbero rimasti sotto l’autonomia amministrativa che fa riferimento al confederalismo democratico, con la garanzia che non sarebbero stati attaccati» continua la solidale italiana. Accordo che è stato rotto con l’attacco di pochi giorni fa che ha portato alla completa evacuazione di tutta la popolazione, terminato ieri. «Ma si trattava di Asayish, le forze di sicurezza interna, non militari dei curdi. Le Forze Democratiche Siriane avevano lasciato il territorio secondo gli accordi».

I militari siriani giustificano l’aggressione come una risposta a presunti attacchi imputati alle SDF nelle settimane precedenti verso posti di blocco affiliati a Damasco nell’area circostante alla città di Aleppo; le leadership della DAANES respingono le accuse denunciando invece che si tratta di una operazione contro le popolazioni civili più fragili dopo anni di isolamento e violenze, e ricordando che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio, il comando Generale delle SDF aveva lanciato un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervenissero per fermare l’attacco, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva nei due quartieri rischiasse di creare conseguenze che sarebbero andate ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale.

I due quartieri di Aleppo furono i primi a liberarsi dal regime di Assad durante la rivoluzione del 2011; a maggioranza curda, erano riusciti a mantenere la loro autonomia in tutti questi anni. I curdi rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, ma detengono il controllo di circa il 30% del territorio del Nord-Est del paese. Lì, nel “Rojava Kurdistan”, con la rivoluzione incominciata nel luglio 2012, la popolazione ha costruito una forma di governo autonoma basata sui principi della liberazione delle donne e del confederalismo democratico, istituendo forze autonome di difesa della popolazione, le SDF.

Con l’uscita di scena del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 e l’avanzata delle milizie guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è incominciata una nuova fase di transizione per la Siria. Il potere centrale che ha sostituito il regime di Assad vuole ricomporre lo Stato riprendendo il controllo sui territori che ha perso, tra cui il Nord-Est della Siria. Dall’altra parte, le leadership della DAANES cercano di proteggere i propri diritti e le proprie forme di autogoverno all’interno del nuovo perimetro statale. Da questo confronto sono nati gli accordi del 10 marzo 2025 tra il governo di transizione e le SDF, presentati come un’intesa per integrare le istituzioni civili e militari della DAANES. Gli accordi hanno aperto a una traiettoria di unificazione che sarebbe dovuta terminare entro la fine del 2025, ma gli scontri dei giorni scorsi testimoniano il tentativo di ostacolarla da parte dell’amministrazione centrale.

Il governo di Ahmea Al Sharaa aveva più volte affermato di voler difendere le minoranze presenti nel Paese, ma gli attacchi scoppiati ad Aleppo nei giorni scorsi rappresentano il terzo episodio di violenze e massacri ai danni delle minoranze, dopo quelli di marzo contro la popolazione alawita, nell’ovest del Paese, e quelli di luglio contro la popolazione drusa, a sud. «Molti non hanno interesse affinché il Paese venga unito, anzi», dice ancora A. «La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen è andata a Damasco proprio l’8 gennaio, appena dopo l’inizio dell’attacco» continua, «portando a Damasco un dono di 620 milioni di euro per il prossimo biennio». Un aiuto alla popolazione per ricostruire i servizi essenziali, come parte della proposta di cooperazione economica tra UE e Siria. «Le popolazioni che da anni si impegnano e lottano per la costruzione di una Siria unita e democratica, secondo principi di convivenza, uguaglianza e rispetto delle diversità, continuano a fare la loro parte e a impegnarsi per trovare una soluzione politica ai conflitti. Purtroppo però, molti interessi, nazionali e internazionali, si scontrano in Siria. Il futuro, è tutto da vedere».

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Monica Cillerai

Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and Management all'Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L'Indipendente è corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere, estrattivismo e tematiche ambientali.

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