mercoledì 14 Gennaio 2026

Giorgetti replica il modello DOGE: funzionari assunti per tagliare le spese

Assumere specialisti per tagliare le spese. È questa la nuova idea del governo per imporre le politiche di austerità, che replica il modello del “DOGE” di Elon Musk degli Stati Uniti. Il Dicastero dell’Economia, capitanato da Giancarlo Giorgetti, ha pubblicato un bando per l’assunzione di 294 funzionari per razionalizzare e aiutare il governo a gestire la revisione della spesa pubblica. L’operazione arriva in un contesto di forti tagli, che ha coinvolto tutti i settori a eccezione di quello della difesa. La legge di Bilancio del 2026 ha inoltre imposto una serie di aggiustamenti dal valore di oltre 10 miliardi di euro per il prossimo triennio.

Per la prima volta, il governo italiano mira non solo a imporre tagli lineari, ma a generare competenze interne dedicate all’analisi e alla riduzione dei costi, in un modello che richiama – per intenti e spirito – il Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE), organismo nato sotto l’egida di Elon Musk, con l’obiettivo – poi fallito – di snellire la burocrazia, ridurre gli sprechi pubblici e aumentare l’efficienza tecnologica e amministrativa. Il DOGE incarna un principio cui Giorgetti sembra guardare come fonte di ispirazione: l’inserimento di competenze specifiche direttamente all’interno delle amministrazioni per affrontare problemi sistemici di spesa pubblica. Il concorso, “per titoli ed esami”, prevede infatti 33 posti nell’Area delle elevate professionalità – figure apicali con competenze avanzate in ambito economico, giuridico, statistico e gestionale – e 261 posti nell’Area dei funzionari. Le professionalità richieste includono esperti in analisi dei bilanci pubblici, valutazione delle politiche, auditing, gestione finanziaria e controllo della spesa. Il bando chiarisce che le nuove assunzioni serviranno a potenziare le strutture centrali del MEF impegnate nella programmazione economica, nel monitoraggio dei conti e nella spending review. Per le posizioni più alte, la retribuzione può arrivare fino a 100 mila euro annui: un segnale della centralità strategica attribuita a queste figure chiamate a incidere sulle scelte strutturali della macchina statale.

L’operazione si colloca in un contesto di forte compressione delle risorse. La legge di Bilancio 2026 impone aggiustamenti per oltre 10 miliardi di euro nel triennio, con tagli che coinvolgono quasi tutti i comparti della pubblica amministrazione. I ministeri sono chiamati a ridurre spese per beni e servizi, consulenze, costi operativi. La Ragioneria Generale dello Stato ha delineato decine di misure che gli enti pubblici devono osservare, coinvolgendo anche comuni, province e città metropolitane nel percorso di risanamento dei conti. Giorgetti, protagonista di queste operazioni di controllo della spesa, ha più volte sollecitato le amministrazioni centrali a individuare tagli reali e sostenibili, minacciando sanzioni o interventi diretti laddove i ministeri non presentassero proposte concrete. La proposta dei super funzionari assume una doppia valenza: da un lato si presenta come strumento operativo per coadiuvare le amministrazioni interne nel processo di spending review; dall’altro riflette la difficoltà, anche a livello politico, di ottenere risultati rapidi in un sistema caratterizzato da complessità e resistenze burocratiche. La spesa pubblica italiana, infatti, è da tempo soggetta ad analisi sulla sua efficienza e, in questo quadro, i nuovi funzionari diventano lo strumento per trasformare l’austerità da imposizione esterna a processo permanente interno all’amministrazione.

Resta aperta la questione politica e istituzionale. Senza un quadro normativo chiaro che definisca poteri, autonomia e perimetro d’intervento di queste figure, il rischio è duplice: creare nuova burocrazia o trasformare l’operazione in una distribuzione discrezionale di incarichi ben retribuiti. La scommessa del governo è costruire una spending review permanente e interna alla macchina pubblica, ma il precedente americano invita alla cautela. Il DOGE, nato per snellire la macchina federale statunitense, è stato sciolto nell’autunno 2025 con mesi di anticipo: i risparmi promessi non si sono materializzati e molte funzioni sono state riassorbite dall’Ufficio per la Gestione del Personale, riportando l’efficienza sotto il controllo della burocrazia tradizionale. Il rischio è che anche l’iniziativa del MEF segua lo stesso destino: un corpo speciale pensato per riformare l’apparato che finisce inglobato dall’apparato stesso. Senza autonomia reale e potere d’intervento, i nuovi funzionari potrebbero diventare osservatori senza leva, aggiungendo un ulteriore strato amministrativo a un sistema già saturo.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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