mercoledì 14 Gennaio 2026

Davos nell’era Trump: il Forum delle élite alla prova dell’agenda MAGA

Mentre la neve ricopre le Alpi svizzere e il World Economic Forum si prepara, da lunedì, ad accogliere quasi tremila partecipanti da 130 Paesi, compresi 65 Capi di Stato e di governo, Davos entra in una fase di rottura. È lo stesso presidente del WEF, Børge Brende, a definirlo «il contesto geopolitico più complesso dal 1945», annunciando una partecipazione senza precedenti: «Sei leader su sette del G7». La 56° edizione del “salotto buono” della politica e della finanza internazionale, la prima dopo l’uscita di scena di Klaus Schwab, si confronta con l’impronta dirompente dell’amministrazione Trump. Il presidente americano torna al centro della scena, pronto a spostare l’asse del dialogo globale verso un’agenda parallela, dominata interamente da Washington. A margine del Forum, dovrebbe debuttare il Board of Peace per Gaza di cui farebbe parte anche l’Italia, la cui premier Giorgia Meloni potrebbe volare in Svizzera, ma senza ancora conferme ufficiali.

Trump è atteso a Davos alla guida della più imponente delegazione americana di sempre. Saranno presenti il segretario di Stato Marco Rubio, quello del Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello dell’Energia Chris Wright, Steve Witkoff, coinvolto nei negoziati su Ucraina e Gaza, e Jared Kushner, il finanziere genero di Donald Trump. Questo dispiegamento di forze non è solo numerico: la presenza di Washington spinge il vertice verso dossier geopolitici densi e controversi, spostando l’attenzione dalle tradizionali questioni economiche e climatiche a temi quali sicurezza internazionale, immigrazione, guerra in Ucraina e assetti post-conflitto. Secondo il Global Risks Report del Forum, presentato a Davos poco prima dell’apertura ufficiale, lo “scontro geoeconomico” tra grandi potenze è ora considerato il rischio principale per l’economia globale, mentre conflitti armati, frammentazione sociale e dazi spingono gli esperti a prevedere “anni di turbolenze” con prospettive di instabilità e turbolenze nei prossimi due anni. L’“onda MAGA”, volta a scardinare l’ordine economico globale di Davos, ha già scompaginato e monopolizzato l’agenda ufficiale, prevedendo incontri bilaterali e sessioni ristrette che ruotano attorno a Trump e alle sue iniziative. In questa cornice, la sua politica “America First” incarna una visione contrapposta alle basi tradizionali del Forum e al Grande Reset di Schwab: dazi e protezionismo commerciale, approcci divergenti alle alleanze strategiche, una retorica che privilegia il primato nazionale sulla cooperazione internazionale, una nuova ondata di neoimperialismo a stelle e a strisce. Il contrasto con il cuore del WEF è palpabile, e molte delegazioni europee si preparano a confrontarsi con la delegazione USA, rendendo il Forum più che “Uno spirito di dialogo”, qual è il titolo di questa edizione, un terreno di scontro.

Tra i dossier più sensibili che segneranno la presenza di Trump a Davos c’è la formalizzazione del “Board of Peace” per Gaza, un organismo internazionale destinato a supervisionare la transizione politica e la ricostruzione nella Striscia di Gaza dopo il conflitto. Previsto come parte della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, il Board of Peace dovrebbe comprendere circa 15 nazioni, tra cui Regno Unito, Germania, Francia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Turchia, nonché organismi finanziari internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. L’Italia – secondo fonti diplomatiche e indiscrezioni di stampa – è stata invitata a partecipare al Board, con la possibile presenza della premier Giorgia Meloni a Davos. La questione si configura come un banco di prova: la responsabilità di contribuire alla governance e alla ricostruzione di un territorio devastato dal conflitto, in un quadro in cui la sovranità e la rappresentanza palestinese sono ancora oggetto di contesa.

Il World Economic Forum rischia così di trasformarsi nel palcoscenico di Trump: il luogo in cui si ridefiniscono rapporti di forza, priorità globali e persino la funzione stessa del Forum di Davos. L’edizione 2026 si presenta come l’epicentro di una fase storica segnata da fratture e rinegoziazioni dell’ordine internazionale. Da un lato, l’egemonia statunitense trova nuovi spazi di influenza; dall’altro, l’architettura multilaterale fondata su regole e mediazioni tecnocratiche, cara alle élite globaliste, viene messa in crisi da una competizione sempre più aspra tra potenze. Per l’Europa e per l’Italia la sfida è sottile: restare nel perimetro della cooperazione senza rinunciare ai propri interessi, cercando soluzioni credibili alle crisi che vanno dal Medio Oriente all’Ucraina, dalla governance economica alla tenuta degli scambi internazionali, evitando al tempo stesso di scivolare ai margini di uno scacchiere geopolitico sempre più dominato dalle grandi potenze.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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1 commento

  1. Vista l’umana debolezza nel comprendere cose definite da oltre un giga bites di informazioni per gli uomini, quando diventa banale per le IA, ecco un pensiero duplice IA più umano che presto diventerà lo standard:
    Secondo me l’articolo “vede” la superficie (Trump che catalizza, Davos come palcoscenico), ma perde il punto più interessante: Davos oggi è soprattutto il sintomo di un’architettura che non regge più, non la causa.
    1. Non è “onda MAGA vs Grande Reset”
    La frattura non nasce da uno slogan, ma da tre cose concrete: de-globalizzazione (catene del valore più fragili), guerra/energia/sicurezza che divorano l’agenda, e sfiducia interna nelle democrazie. Trump non “monopolizza” Davos: Davos è già indebolito e Trump ci entra come un corpo estraneo che mette a nudo la crisi del Forum come luogo di sintesi.
    2. La vera notizia è il passaggio da “salotto” a “bilaterali”
    Quando un vertice smette di produrre cornici condivise e diventa una sequenza di incontri ristretti, significa che l’ordine multilaterale non ha più un linguaggio comune. Questo è più importante del folklore: è un segnale di ritiro nella logica di potenza.
    3. Il “senso di solitudine” dei partecipanti è la chiave psicologica che manca
    A Davos molti sono circondati da persone eppure sono soli:

    • parlano con pochi “pari” e quasi mai con qualcuno che possa contraddirli senza costi;
    • vivono in una bolla di sicurezza, reputazione e rischio legale/mediatico;
    • temono di ammettere in pubblico i limiti reali (energia, debito, migrazioni, guerra), quindi recitano frasi standard.
    Quella solitudine non è romantica: è fragilità di governance. Quando chi decide è isolato, tende a irrigidirsi, a cercare capri espiatori o scorciatoie, oppure a sostituire il consenso con la forza “procedurale”.

    4. Italia
    La questione per l’Italia non è “stare nel perimetro” come se fosse un recinto morale; è entrare dove serve con obiettivi misurabili e uscirne quando diventa teatro. Se c’è un “Board of Peace” o qualunque tavolo post-conflitto, la domanda adulta è: legittimità, mandato, tempi, responsabilità, e soprattutto chi risponde davanti ai cittadini quando la realtà smentisce i comunicati.

    In sintesi: non è solo turbolenza “per due anni”. È una transizione di ordine, e Davos è lo specchio: più che dialogo, ansia + isolamento + potere che cerca nuove forme.

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