Dopo il raid in Venezuela, le pressioni sulla Groenlandia e il riaccendersi del dossier iraniano, nel mirino di Donald Trump finisce anche Cuba. Il presidente USA ha lanciato un ultimatum a L’Avana, invitandola a «raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi». Un messaggio che colpisce un nervo scoperto della politica americana: il rapporto con Cuba, centrale per una parte dei falchi neocon repubblicani. A incarnare questa linea è il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani, che Trump ha evocato come possibile futuro leader dell’isola, rilanciando un post di un utente conservatore, Cliff Smith, datato 8 gennaio, che lo indicava come prossimo «presidente di Cuba». «Mi sembra un’ottima idea!», ha commentato il tycoon, trasformando una provocazione in segnale politico.
Washington sostiene che l’asse Caracas-Avana sia definitivamente rotto e invita Cuba a scegliere tra riforme e apertura democratica o il collasso economico: «Per molti anni Cuba ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più». Da qui, il messaggio diretto alla leadership cubana: il governo dell’isola deve negoziare un accordo con gli Stati Uniti, oppure affrontare le conseguenze. Domenica, di ritorno verso Washington, di fronte alla domanda di una giornalista che gli chiedeva di un possibile sequestro delle petroliere che si dirigono verso Cuba, Trump non ha negato la possibilità: «Molte persone del settore petrolifero sono davvero interessate», ha affermato, sorridendo. La risposta di L’Avana è stata immediata. «Cuba non riceve e non ha mai ricevuto alcun compenso monetario o materiale per i servizi di sicurezza forniti a nessun Paese», ha scritto su X il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla respingendo le accuse sulla natura delle relazioni con Caracas. Nel suo post, ha accusato gli Stati Uniti di comportarsi «come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza», in «tutto il mondo». Il presidente Miguel Díaz-Canel ha rivendicato la sovranità dell’isola e promesso resistenza: «Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare», ha scritto Diaz-Canel su X, aggiungendo che l’isola caraibica è «pronta a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue».
Prima della rivoluzione, gli Stati Uniti controllavano settori chiave dell’economia cubana e assorbivano la maggior parte del suo commercio estero. Dopo il 1959, fallito il tentativo di rovesciare il nuovo governo con l’operazione della Baia dei Porci, Washington impose nel 1962 l’embargo come strumento permanente per strangolare l’isola e mettere fine al sistema socialista nato dalla rivoluzione. Le minacce di Trump contro Cuba non sono un episodio isolato, ma si inseriscono in un decennio di politiche sempre più aggressive verso l’isola. Già durante la sua prima presidenza, il tycoon aveva fortemente rafforzato l’embargo economico e le restrizioni commerciali contro l’isola, invertendo la politica di riavvicinamento dell’era Obama. Anche sotto l’amministrazione Biden sono state mantenute molte di queste misure e, con il memorandum del 30 giugno 2025, intitolato “National Security Presidential Memorandum/NSPM-5”, la Casa Bianca ha rafforzato l’embargo, irrigidendo limitazioni ai flussi finanziari, divieti su commercio, rimesse e viaggi, con l’obiettivo dichiarato di “promuovere libertà e democrazia” e quello implicito di destabilizzare il governo cubano. Parallelamente, la stretta economica si è incrociata con una serie di interventi militari e operazioni di sicurezza nel continente, che ha avuto un impatto diretto sulle relazioni regionali e ha giocato un ruolo nel nuovo giro di vite verso l’isola caraibica.
L’ultimatum della Casa Bianca segna una svolta apertamente interventista: ora Trump non si limita più a minacciare l’isola, ma immagina già una Cuba “post-comunista” plasmata da Washington, arrivando a indicare Marco Rubio come “leader ideale” dell’isola. Una figura, quella dell’attuale Segretario di Stato, costruita politicamente sul mito familiare dell’esilio dopo l’ascesa al potere di Fidel Castro, smentito però da un’inchiesta del Washington Post, che nel 2011 collocava l’arrivo dei suoi genitori negli Stati Uniti ben due anni e mezzo prima della rivoluzione. La retorica della libertà mostra così il suo vero volto: non uno slancio democratico, ma il paravento di un progetto di ingegneria politica imposto dall’esterno, alimentato da una propaganda che da anni dipinge L’Avana come «una minaccia diretta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti» al solo scopo di legittimare l’ennesima operazione di cambio di regime.





Rubio, il servo del sionismo, amico fraterno del criminale genocida nethanyau. Gli americani fanno schifo, sono senza vergogna.
Se ci vanno per rubare non trovano nulla, se ci vanno per migliorare la vita delle persone, come tutti i colonialisti la renderanno ancora peggio, perché non propongono di aiutarla in sede ONU insieme ad altri volenterosi di pace invece che di guerra?