Da settimane, il popolo iraniano ha lanciato una delle maggiori proteste degli ultimi anni. Scoppiata a causa del crollo della moneta locale, la protesta è diventata sempre più intensa allargandosi in un generale moto contro l’amministrazione del Paese. Il governo, di contro, ha bloccato la rete internet e represso duramente i manifestanti: secondo i diversi bilanci, sarebbero state uccise oltre 500 persone e più di 10.000 sarebbero state arrestate. La notizia delle proteste ha fatto il giro del mondo: gli USA minacciano di intervenire militarmente, mentre in Italia i media danno sempre più spazio al figlio del deposto scià, e dipingono uno scenario che vede il governo dell’Ayatollah sull’orlo del collasso; ma è davvero così? Politicamente, l’Iran è un Paese molto più sfaccettato di quanto siamo abituati a concepirlo, e – per quanto non si possano fare previsioni – è già successo che delle proteste che sembrava dovessero rovesciare il regime non vi riuscissero.
Come sono iniziate (e come si sono evolute) le proteste
Le proteste in Iran sono iniziate circa tre settimane fa, nei mercati di Teheran. A fare scattare la miccia è stata la crisi economica e il crollo del rial, con il conseguente aumento dei prezzi. Da allora, si sono estese a tutte le province del Paese e in centinaia di centri; le proteste non sono aumentate solo di estensione, ma anche di intensità: i primi episodi di scontri sono iniziati a emergere circa una settimana fa. Con essi è incrementata anche la repressione, tanto che secondo alcune fonti sarebbero stati schierati anche i pasdaran. Uno degli episodi che ha fatto più rumore si è verificato il 6 gennaio, quando le forze di sicurezza sono entrate in un ospedale dove si trovavano attivisti e civili feriti, per poi aprire il fuoco e lanciare gas lacrimogeni nella struttura. Le ONG internazionali parlano di 544 morti e 10.681 arresti; organizzazioni politiche europee citano la Fondazione Narges Mohammadi, e affermano che i morti potrebbero essere 2.000, se non 5.000. Va specificato, tuttavia, che tali dati restano stime, e che non c’è ancora modo di verificare il bilancio delle vittime della repressione.
Tra l’8 e il 9 gennaio, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet. Da quel momento, le notizie ci arrivano da fonti indipendenti che utilizzano i satelliti di Starlink – la società di Elon Musk – per connettersi alla rete. È, insomma, difficile sapere che cosa stia succedendo davvero nel Paese. Numerosi video e foto che circolano online mostrano strade incendiate, moschee bruciate, piazze e vie ricolme di persone, ma anche campi e marciapiedi con decine di cadaveri. Alcuni media internazionali sarebbero riusciti a contattare dei residenti, che confermerebbero l’intensa repressione e le ingenti proteste. Parallelamente, tra ieri e oggi, 12 gennaio, sembra siano scoppiate delle proteste parallele in sostegno al governo. A dare accento a questo moto sono stati i media di proprietà governativa, che hanno diffuso foto e video di piazze dense di partecipanti. Alcune delle persone intervistate sostengono di avere partecipato alle manifestazioni contro il caro prezzi, e di essersi defilati dal nuovo moto di protesta a causa delle presunte violenze. Come per i bilanci delle vittime, non è possibile confermare la reale entità delle proteste (tanto governative, quanto antigovernative), anche perché la maggior parte dei contenuti diffusi si fermano a ieri.
Le reazioni interne ed esterne

Inizialmente, le autorità iraniane affermavano di ritenere legittime le manifestazioni contro il rincaro dei prezzi, ma man mano che le proteste crescevano di intensità, le dichiarazioni dei politici e degli esponenti di spicco della politica iraniana si sono fatte più accese: se inizialmente i leader si limitavano a condannare il presunto uso della violenza da parte dei manifestanti, successivamente hanno iniziato ad accusarli di essere «terroristi addestrati», portando video a sostegno della propria tesi; oggi, il Paese ha riunito gli ambasciatori di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e diversi altri Stati per mostrare loro questi stessi video, chiedendo ai diplomatici di segnalarli ai rispettivi ministeri degli Esteri. Col crescere della tensione, l’Iran ha puntato il dito contro USA e Israele, sostenendo che i due Paesi stessero fomentando le proteste per destabilizzare il Paese. Parallelamente, i media israeliani hanno diffuso la notizia che il Mossad stesse utilizzando i social per incoraggiare gli iraniani a protestare, mentre Trump ha rilasciato numerose dichiarazioni in sostegno al popolo iraniano, affermando anche che gli USA sarebbero stati pronti a intervenire nel caso in cui il numero di dimostranti uccisi fosse aumentato. A cavalcare l’onda delle contestazioni è stato anche Reza Pahlavi, il figlio del deposto scià, sostenuto dagli USA – dove risiede, che ha mandato messaggi di sostegno alla popolazione e chiesto l’intervento di Trump.
Nel resto del mondo, sono cresciute le voci di supporto al popolo iraniano, e in diversi Paesi – tra cui Francia e Regno Unito – si sono svolte manifestazioni in sostegno alle proteste iraniane. I ministeri degli Esteri di Australia, Canada e Nuova Zelanda hanno invitato i propri cittadini ad abbandonare il Paese, mentre l’Unione Europea ha vietato ai diplomatici iraniani di entrare nel Parlamento europeo. In Italia, i media hanno iniziato a dare sempre più risonanza a Reza Pahlavi, e a tutte le iniziative pro-scià in giro per il mondo, affermando che le proteste «inneggiassero» al suo ritorno; per quanto sia vero che in alcune delle piazze sventolassero le bandiere antecedenti alla rivoluzione del ’78 (associate allo scià), non ci sono abbastanza informazioni per affermare che le proteste siano a favore del suo ritorno. Va poi rimarcato che secondo diversi sondaggi interni all’Iran condotti da entità terze, la monarchia godrebbe di un supporto minore a quello del regime.
Il quadro politico dell’Iran
Non è la prima volta che il popolo iraniano si solleva contro il regime degli Ayatollah; l’ultima protesta paragonabile per intensità a quella degli ultimi giorni risale al 2022, ed è scoppiata per l’uccisione di Mahsa Amini a causa della mancata osservanza dell’obbligo di vestire il velo. Anche in quell’occasione, il governo aveva attuato interruzioni della rete internet e i media italiani parlavano di un possibile rovesciamento del regime in favore dello scià. Eppure, non accadde. Ciò che si tende a dimenticare quando si tratta di Iran è che il Paese è internamente molto differenziato e che il regime, per quanto mal visto dalla maggior parte della popolazione, gode di un consenso trasversale e affonda le mani in tutti i settori economici. Di contro, lo scià non è generalmente visto di buon occhio, e non esistono piattaforme unitarie e solide che tengano insieme le esigenze dei diversi gruppi che compongono il mosaico della popolazione iraniana.
Affermare che le proteste siano a favore dello scià è fuorviante, e finisce di fatto per appiattire una realtà complessa come quella iraniana nell’ottica del binarismo politico; questa narrazione, casualmente, favorisce il candidato preferito dell’Occidente. In Iran, tuttavia, ci sono cittadini che chiedono l’istituzione di una repubblica federale, come parte delle comunità curda e azera, che costituiscono insieme più di un quarto della popolazione; altri, invece, preferiscono una repubblica centralizzata; altri ancora sostengono il regime, e ulteriori chiedono la monarchia, mentre intanto diversi gruppi, come i beloci, sono separatisti. Anche spingere per quella narrazione che dipinge un regime con le ore contate è ingannevole, come lo è in generale il tentativo di fare previsioni sulla base dei pochi video che circolano online: le testimonianze che sono emerse in questi giorni mostrano un moto di protesta ampio, che tuttavia non è possibile quantificare; nel frattempo oggi stesso continuano ad arrivare notizie di proteste a favore del governo, e le autorità sostengono di stare risolvendo la situazione.




