TORINO – Pochi minuti prima dell’uscita dei bambini da scuola, la zona pedonale si riempie di genitori e parenti in attesa. Sembrano quasi non fare più nemmeno caso alle decine di agenti che fanno su e giù per l’area, chiacchierando tra loro e guardandosi intorno con aria circospetta. Questa sembra essere diventata, almeno per il momento, la realtà del quartiere Vanchiglia, a quasi un mese dallo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’interno dell’edificio è ormai vuoto e semidistrutto, gli ingressi murati. Nella pace che regna nel quartiere in un pomeriggio qualunque di inizio anno, niente sembra giustificare effettivamente la massiccia presenza di forze dell’ordine.
Al mio arrivo, all’altezza del numero 47 di corso Regina sono almeno tre le camionette parcheggiate, più un camion idrante e alcune volanti della municipale. I jersey recintano ancora tutta la zona antistante il centro sociale. Altre camionette sono sparse intorno a tutto il perimetro di Askatasuna, inclusa l’area dove si trovano l’asilo nido e la scuola elementare. Tra le persone in attesa vi sono residenti del quartiere, ma anche persone che vengono da altre zone della città. Sono soprattutto queste ultime che commentano come la presenza degli agenti abbia «finalmente liberato l’area da spacciatori e brutta gente». Chi in Vanchiglia ci vive risponde con un sorriso a queste affermazioni. «Innanzitutto sappiamo tutti che questo è un problema che non viene da Askatasuna», mi dice un padre in attesa davanti alla scuola elementare. «E poi non è certo servito nemmeno a quello: chi spacciava in questa zona si è semplicemente spostato di qualche decina di metri, all’angolo con piazza Santa Giulia. Ma comunque non è infastidito dagli agenti, perché loro non sono qui per questo». E anche chi si mostra più critico nei confronti di Askatasuna non nasconde che, forse, tutto questo dispiegamento di forze dell’ordine è «un pochino esagerato».
Le scuole adiacenti al centro sociale sono state chiuse con due giorni di anticipo rispetto alle altre. La comunicazione è stata data ai genitori che si apprestavano a lasciare i figli a scuola la mattina stessa dello sgombero, il 18 dicembre. Da allora, nessuno ha potuto più accedervi, nemmeno per recuperare i lavoretti che i bimbi avevano fatto per Natale. Fino alla mattina del 7 gennaio, la zona pedonale di via Balbo è rimasta del tutto inaccessibile, sigillata dai jersey. Una volta riaperte le scuole, questi sono stati rimossi e sostituiti dalle camionette, che bloccano completamente il passaggio da entrambi gli accessi. Solamente la rabbia dei genitori, mi viene raccontato, le ha convinte a indietreggiare di qualche metro, in modo da nascondersi parzialmente alla vista dei bambini che entrano ed escono da scuola. «Ieri mattina gli agenti non volevano lasciar passare nemmeno i genitori. Ci permettevano giusto di andare a portare i bambini fino all’ingresso della scuola, ma poi dovevamo allontanarci» mi racconta un papà. «E non se ne capisce davvero la necessità, dal momento che dentro [ad Askatasuna, ndr] hanno spaccato tutto e murato gli ingressi».

I danni fatti dalla polizia all’interno del centro, infatti, sarebbero tanto gravi da non renderlo nemmeno più agibile. «Tubature e sanitari sono stati distrutti, le scale per scendere in cantina sono state distrutte, il laboratorio di arte, la palestra popolare, tutto distrutto. Gli ingressi sono stati murati, accedere non è più possibile» mi riferisce Stefano, attivista di Askatasuna. «Qualcosa siamo riusciti a recuperarlo prima di Natale, ma poca roba. Altre cose, tra le quali un generatore e soldi in contanti, sono sparite».
Nemmeno i bambini sono rimasti indifferenti a ciò che sta accadendo. «Si rendono conto di tutto», mi racconta una giovane madre all’uscita della scuola elementare. I suoi figli, dice, le hanno chiesto più volte chi fossero gli «uomini con le pistole» che girano intorno a scuola. «Io vivo qui», mi dice, «e posso dirti che la chiusura di Askatasuna è un problema per noi. Loro ci lasciavano usare i loro spazi, due volte a settimana organizzavano la merenda per i bambini. Ora stiamo facendo diverse riunioni di quartiere, per cercare di capire come recuperare la coesione che è venuta a mancare con la chiusura del centro».
Mentre i figli escono da scuola, infatti, alcuni genitori allestiscono un tavolo con cibo e bevande. Tra i bambini che corrono su e giù mangiando patatine e adulti infreddoliti che chiacchierano, passeggiano agenti a gruppi di due o tre. Ogni tanto qualcuno perde la pazienza e grida loro di allontanarsi. Su questo piccolo tratto di via pedonale, dove affacciano le due scuole e il giardino che Askatasuna condivideva con il nido (il cui accesso è al momento interdetto, anche ai bambini), sono stati allestiti bagni chimici per gli agenti. «Almeno non usano più i bagni del nido, come facevano quando le scuole erano chiuse», mi dice Ortensia, del Comitato Vanchiglia. «Ovviamente, niente di tutto questo era necessario». C’è di positivo, però, che questa situazione ha avvicinato molto i comitati di quartiere, che ora stanno cercando il modo di organizzarsi e collaborare. Non solo perché a bambini e genitori è stato sottratto uno spazio di aggregazione, mi spiega, ma anche per rivendicare il diritto di tutti i cittadini ad avere a disposizione spazi pubblici di incontro e discussione.
Pochi giorni fa, i comitati hanno inviato una lettera al prefetto e alle istituzioni, denunciando l’uso sproporzionato della forza e la militarizzazione in atto nel quartiere. La risposta è giunta dal segretario generale provinciale del sindacato di polizia FSP, che ha commentato come Askatasuna sia «la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo Stato» e che «ai bambini i genitori dovrebbero un giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto». All’interno di un bar vicino a via Balbo, molto frequentato dagli agenti, alcune madri leggono ad alta voce la lettera. La reazione è un misto di rabbia e ilarità. «Come può essere questa la risposta che viene data alle famiglie? Sarebbe questo, il bene che trionfa?» ci si chiede.
Con il passare del tempo, e il freddo che si fa sempre più intenso, le famiglie tornano a casa, ma le camionette rimangono al loro posto, aumentando anzi di numero. Qualcuno tra i genitori ha avanzato l’ipotesi che la militarizzazione proseguirà per un altro mese, ma nessuno ne ha la certezza. Nel frattempo, Askatasuna rilancia la mobilitazione e conferma gli appuntamenti per le prossime settimane, che culmineranno a gennaio nella grande manifestazione nazionale prevista per il 31. «Sappiamo che l’attacco contro di noi altro non è se non un tentativo di piegare il movimento per la Palestina, che in Italia sta diventando sempre più grande», mi dice Stefano, «ma non sarà certo questo a fermarci o a impedirci di continuare a scendere in piazza».




