venerdì 9 Gennaio 2026

La neolingua applicata al Venezuela e l’eterna retorica coloniale

Dopo aver fatto arrestare Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, Donald Trump ha dichiarato che «presto toccherà anche alla Colombia e al Messico». In particolare il Messico «deve darsi una regolata», parole che suonano come l’ordine di un padrone a un sottoposto non tanto intelligente. Dopodiché ha preso di mira la pacifica Groenlandia perché, a detta di Trump, gli Stati Uniti hanno bisogno delle riserve strategiche dell’isola artica, ricca di metalli rari; al diavolo cosa vogliono i suoi abitanti. Per ora si è offerto di comprare l’isola, ma la Casa Bianca avverte che non «è esclusa l’opzione militare». 

Da sempre gli Stati Uniti mirano a controllare i paesi ricchi di petrolio e materie prime; basti pensare a ciò che è accaduto in Iran, Iraq e Libia, rispettivamente la quarta, la quinta e la nona potenza mondiale per riserve petrolifere. E non a caso il Venezuela di Maduro è la prima potenza al mondo per riserve petrolifere. Le guerre statunitensi per esportare la democrazia e combattere il terrorismo hanno sempre una matrice economica. Ma adesso non è questa la cosa interessante. Le pseudo giustificazioni morali usate da Trump per legittimare il rapimento di Maduro non hanno nulla a che vedere con gli interessi economici del paese. Nascono dalla stessa matrice: non economica (o meglio non solo) e neanche politica ma culturale. 

Espressioni come «lotta al narcotraffico», «difesa della democrazia», «tutela dei diritti umani» funzionano perché nascono e si poggiano su una premessa psicologica ben precisa. Una premessa che precede Trump: l’idea che esista un soggetto storico e politico – l’Occidente – legittimato non solo a giudicare il comportamento degli altri Stati, ma anche a intervenire, correggere, punire quegli stessi Stati. Non importa quanto questo principio possa essere elastico e adattarsi in base agli interessi politici ed economici del momento, ed è su questo punto che vertono la maggior parte delle critiche, il principio alla base è dato quasi per scontato. L’intervento militare è un dovere morale verso popoli incapaci di governarsi. Ciò che questa dinamica rivela non è soltanto una strategia di potere ma una concezione del mondo

Ma da dove nasce tale concezione? Perché viene percepita come naturale? La risposta non risiede nelle singole crisi, ma in una visione del mondo dove l’Occidente si è auto attribuito il ruolo di controllore, mentre gli altri Stati sono l’inevitabile oggetto di tale controllo. Non soggetti politici pieni, ma entità da monitorare e raddrizzare. La sovranità nazionale non è un principio universale ma una concessione condizionata. 

Storicamente, questo schema è tutt’altro che nuovo. L’Impero britannico giustificava la propria espansione parlando di missione civilizzatrice; la Francia coloniale rivendicava il diritto e il compito di diffondere cultura e progresso nel globo; gli Stati Uniti hanno costruito gran parte della loro politica estera sulla convinzione di incarnare un modello universale positivo da diffondere. In una sorta di missione evangelica laica o di jihad tutta occidentale, una lotta (armata ovviamente) dove i buoni e onesti soldati statunitensi impugnano le armi per occidentalizzare il resto del mondo. 

Tale atteggiamento è purtroppo rintracciabile anche in molti classici della letteratura occidentale. In Cuore di tenebra di Joseph Conrad, ad esempio, la missione coloniale europea in Africa è giustificata come impresa civilizzatrice. Certo, Conrad ci mostra lo scarto tra questo «nobile fine» e la realtà concreta di tale missione che invece è fatta di sfruttamento e violenza. Ma la critica di Conrad nasce dalla distanza che separa il principio dalla sua attuazione e non è rivolta al principio in sé. Nel celebre Robinson Crusoe di Daniel Defoe la relazione tra Crusoe e Venerdì è costruita su una gerarchia che poggia una superiorità morale intrinseca. Crusoe non domina perché è più forte, ma perché è più razionale, più civile, più vicino a Dio. Impone la sua cultura e la sua fede  a Venerdì che in quanto selvaggio è bisognoso di essere salvato dalla propria barbarie. 

Il presidente Donald Trump pronuncia un discorso in conferenza stampa dopo l’operazione Absolute Resolve effettuata in Venezuela

Lo stesso accade nella Tempesta di Shakespeare dove il mago Prospero, dopo aver fatto naufragio su un isola, ne prende possesso, si autoproclama legislatore, educatore e giudice morale dei suoi abitanti. Il nativo dell’isola, Calibano, è costretto a servire Prospero che non si percepisce mai come usurpatore, ma come colui che ha portato ordine, cultura e razionalità. E quando Calibano per rovesciare Prospero si allea con Stefano e Trinculo, due personaggi caricaturali e grotteschi, la sua rivolta si trasforma subito in una farsa e viene delegittimata a priori.

Il fardello dell’uomo bianco, la celebre poesia di Kipling che fu il manifesto filosofico e ideologico dell’imperialismo britannico continua a pesare sulle spalle dell’umanità; non sulle spalle dell’uomo bianco certo, ma sulle spalle del resto del mondo. Quest’espressione è la traduzione letteraria di un principio politico: il dominio come responsabilità morale. Perché in fondo la maggior parte degli occidentali sono certi della superiorità dell’Occidente stesso.

Da qui nasce la convinzione, spesso implicita e raramente messa in discussione, che l’uomo occidentale, e di riflesso le strutture politiche che lo rappresentano, abbiano non solo il diritto ma il dovere di intervenire per risolvere i problemi del mondo. Ed ecco perché la retorica trumpiana continua a far presa su una buona parte dell’opinione pubblica. Il rapimento di Maduro, «l’occupazione» del Venezuela in attesa che compia, a detta di Trump, una transizione democratica s’inserisce in una visione del mondo ben consolidata. Una visione culturale ancor prima che politica.

Inoltre parlare di diritti umani, democrazia e sicurezza globale consente di spostare il discorso dal piano del potere a quello dell’etica, trasformando scelte politiche e strategiche in atti necessari, obbligati. L’intervento, anche se militare, non è più una violazione ma una responsabilità. Non un atto di forza ma una forma di tutela. Il neo-colonialismo non comporta più l’occupazione formale dei territori o l’amministrazione diretta delle colonie, ma si manifesta con un linguaggio apparentemente umanitario, nel quale l’uso della forza viene giustificato, normalizzato, e rivestito di fini etico-umanitari. 

Nella neo-lingua del colonialismo moderno la conquista diviene stabilizzazione, l’Occupazione diventa «esportazione della democrazia», e gli interessi economici prendono il nome di «sicurezza globale». Perfino la Groenlandia per difendere la propria autonomia deve fare i conti con il diktat della sicurezza globale. La Danimarca ha dichiarato in fretta e furia che, come membro della NATO e alleato storico degli Stati Uniti, è sempre stata pronta a collaborare per garantire la sicurezza globale e pertanto le dichiarazioni di Trump e le sue mire sulla Groenlandia sono inaccettabili.

Ma il principio per cui gli Stati Uniti siano gli unici e i soli a stabilire cosa minacci la sicurezza globale non viene scalfito né messo in discussione. In un  simile contesto appellarsi al diritto internazionale diventa quasi paradossale. Una farsa. Non soltanto perché la Palestina ha mostrato l’inutilità di organizzazioni come l’ONU e la Corte internazionale di giustizia; che dopo lunghe diatribe sulla parola genocidio e altrettanto lunghe consultazioni non hanno mutato di virgola con le loro risoluzioni e «condanne ufficiali» la situazione dei palestinesi. E non soltanto perché il diritto internazionale viene applicato in modo selettivo: le violazioni, infatti, sono intollerabili solo quando sono commesse da Stati nemici, mentre vengono relativizzate o ignorate quando provengono da alleati strategici. Ma anche se tralasciassimo la completa impotenza delle organizzazioni sovrannazionali e mettessimo da parte la strumentalizzazione che ne viene fatta, parlare di diritto internazionale in un mondo di stampo neo-coloniale è assurdo. Finché questa asimmetria non verrà riconosciuta e sanata, fino a quando non muterà l’atteggiamento culturale dell’Occidente, ogni appello alla legalità continuerà a suonare per quello che già è: ipocrisia condita di vuota retorica. Nulla più.

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Guendalina Middei

Nata a Roma nel 1992, scrittrice appassionata di letteratura russa e cultura classica, collaboratrice di diverse riviste letterarie. Sui social la sua pagina Professor X è un punto di riferimento per oltre cinquecentomila lettori. Autrice di diversi libri e romanzi, l'ultimo dei quali è "Sopravvivere al lunedì mattina con Lolita" (Feltrinelli, 2025).

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