mercoledì 7 Gennaio 2026

Le borse brindano alla guerra contro il Venezuela: volano le aziende di armi e petrolio

Il blitz statunitense in Venezuela ha acceso le borse globali, trasformando una crisi geopolitica in un rally finanziario. Tra future in rialzo, indici asiatici euforici e Wall Street pronta a seguire, a guidare la corsa sono i titoli dell’energia e della difesa, mentre il petrolio risale e gli investitori scommettono su “ricostruzioni” future. In parallelo, hedge fund e gestori patrimoniali statunitensi stanno pianificando un viaggio esplorativo a Caracas a marzo, per anticipare il nuovo assetto di potere e sfruttare la crisi come corsia preferenziale verso il mercato venezuelano, puntando su privatizzazioni del settore energetico e sulla riapertura ai capitali occidentali.

È la logica della shock economy: l’emergenza viene usata come leva e la destabilizzazione diventa un modello di business. Lunedì la reazione delle borse al raid statunitense in Venezuela è stata immediata e coordinata. In Asia, Tokyo e Seul hanno registrato rialzi superiori al tre per cento, trainate dai settori industriali ed energetici. Wall Street ha aperto con future in aumento, mentre gli indici europei hanno seguito a ruota. Il messaggio dei mercati è chiaro: la crisi di Caracas ridisegna gli equilibri delle forniture globali e crea spazio per manovre speculative come leva di guadagno. Il petrolio ha reagito con un balzo dei prezzi: gli investitori hanno iniziato a scommettere che l’intervento USA finirà per sostenere l’economia statunitense, garantendo l’approvvigionamento di petrolio e di conseguenza mantenendo sotto controllo l’inflazione. A trarre il maggior vantaggio dal nuovo clima di tensione sono stati i titoli della difesa e dell’energia, tornati a essere letti dai mercati come asset strategici in uno scenario di conflittualità globale crescente. A Milano, su Piazza Affari, gli acquisti si sono concentrati sul listino principale: Leonardo ha messo a segno un rialzo del 6,3%, mentre Fincantieri è salita del 4,5%. Un segnale chiaro di come l’operazione militare statunitense in Venezuela venga interpretata come un incentivo alla spesa militare, riaccendendo al tempo stesso interrogativi su possibili escalation in altri dossier sensibili, dall’Iran alla Groenlandia, fino a Taiwan. Sul fronte energetico si è distinta Eni, in rialzo dell’1,5%, tra le poche major straniere ancora operative nel Paese sudamericano. L’amministrazione Trump non ha ancora consultato le principali compagnie petrolifere statunitensi, come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips; incontri tra governo e big del petrolio sono in programma nei prossimi giorni, e l’unica major attiva nel Paese resta Chevron.

Dietro l’euforia dei listini si muove una finanza meno visibile ma altrettanto attiva. Secondo quanto riportato da Business Insider, Charles Myers, presidente della società di consulenza Signum Global Advisors e figura conosciuta nei circoli di rischio geopolitico, ha messo in piedi un ristretto gruppo di lavoro di circa venti investitori – tra hedge fund, gestori patrimoniali e specialisti dei settori energetico e difesa – con l’obiettivo di recarsi a Caracas già nel mese di marzo per sondare opportunità di investimento dirette. Secondo il presidente di Signum Global Advisors, proprio il rientro dei capitali stranieri nell’industria energetica dovrebbe fungere da motore iniziale della ripresa, trascinando con sé il rinnovo – o la creazione ex novo – di infrastrutture, capacità produttive e servizi. Myers parla apertamente della possibilità che l’investimento straniero nel Paese nei prossimi cinque anni possa oscillare tra 500 e 750 miliardi di dollari, e sottolinea come molti dei potenziali partecipanti «hanno effettivamente acquistato obbligazioni in previsione di questo momento». Questa dinamica non nasce per caso: gruppi di investimento organizzati da Signum hanno precedenti simili in zone di conflitto o post-conflitto, con viaggi programmati in Siria e Ucraina quando anche lì si profilavano scenari di riassetto economico post-crisi. Nel caso venezuelano, Myers non nasconde il “cauto ottimismo”: «C’è un enorme interesse per le opportunità di ricostruzione del Venezuela».

La rimozione di Maduro viene interpretata dagli ambienti finanziari come l’apertura di una finestra strategica per penetrare in un’economia piegata dalla crisi ma ancora ricchissima di risorse, consentendo agli investitori di posizionarsi in anticipo sul nuovo equilibrio di potere. La destabilizzazione del Venezuela si trasforma così in un’occasione di profitto: un turismo finanziario che anticipa la normalizzazione politica, quando l’emergenza non è ancora superata ma è già monetizzabile. E mentre le borse e i colossi delle armi e del petrolio festeggiano, la finanza affila i denti.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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1 commento

  1. Ovvio da tempo, io mi sono posizionato da inizio Settembre in posizioni arrischiate e uscirò anticipatamente tra Febbraio e Marzo quando poi credo si comincerà a parlare di sconfitta di Trump alle elezioni di Mid Term, con sue prossime ovvie indagini ed impeachment per tarpare le ali al suo Vice Vance.
    Per me l’impegno sociale obbliga a comprendere le dinamiche politiche e questo migliora impiegando anche parte delle proprie risorse per provare di aver realmente compreso le susseguenti dinamiche economiche, o no?
    Comunque io lavoro e mi diverto così, che c’è di male se cerco di guadagnare dalle pazzie del Mondo così se guadagno so che sono proprio dei pazzi e se perdo me ne faccio una ragione di capirli meglio😂

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