mercoledì 7 Gennaio 2026

147 Paesi hanno approvato (quello che resta) della tassa globale sulle multinazionali

I 147 Paesi e giurisdizioni che partecipano all’Inclusive Framework su Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), promosso dall’OCSE e dal G20, hanno raggiunto un accordo sugli elementi chiave della Global Minimum Tax, un’imposta minima globale del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. L’intesa, parte del cosiddetto “Side-by-Side package”, mira a rafforzare la cooperazione fiscale internazionale, ridurre la complessità normativa e proteggere le basi imponibili nazionali, con la finalità di combattere l’elusione fiscale. Tuttavia, questa intesa arriva dopo che il G7 ha sancito l’esclusione delle multinazionali con capogruppo negli Stati Uniti dal meccanismo, indebolendo l’universalità della riforma e sollevando interrogativi sulla sua reale efficacia.

L’accordo annunciato dall’OCSE rappresenta, almeno sulla carta, un importante risultato politico e tecnico. Il suo scopo dichiarato è gettare le basi per una maggiore stabilità e certezza del diritto nel sistema fiscale internazionale, preservando i progressi finora conseguiti. Il pacchetto consolida un sistema che impone un’aliquota fiscale minima alle multinazionali con ricavi elevati in ciascuna giurisdizione in cui operano, contrastando la tendenza delle imprese a spostare profitti verso Paesi a bassa tassazione. Previsti anche strumenti di semplificazione e assistenza tecnica per facilitare l’implementazione nei diversi ordinamenti fiscali. Secondo l’organizzazione, il pacchetto «tutelerà la possibilità per tutte le giurisdizioni, in particolare i Paesi in via di sviluppo, di avere diritti di prima imposizione sui redditi generati nelle loro giurisdizioni».

Nello specifico, l’accordo si articola in cinque componenti chiave. Innanzitutto, introduce una serie di misure di semplificazione per ridurre gli oneri di compliance per le multinazionali e le autorità fiscali. In secondo luogo, uniforma ulteriormente il trattamento degli incentivi fiscali a livello globale attraverso una nuova clausola di salvaguardia mirata per gli incentivi basati sulla sostanza economica. Terzo, stabilisce nuovi “porti sicuri” per i gruppi multinazionali la cui entità madre ultima si trova in una giurisdizione idonea che soddisfa i requisiti minimi di tassazione. Quarto, comprende un processo di valutazione basato su prove concrete per garantire condizioni di parità tra tutti i membri. Infine, rafforza il ruolo dei regimi fiscali minimi nazionali qualificati come meccanismo primario per proteggere le basi imponibili locali, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, questa architettura complessa è stata influenzata in modo sostanziale da un accordo politico precedente raggiunto in seno al G7 sotto la presidenza canadese. Per scongiurare contromisure legislative negli Stati Uniti, i Paesi del G7 hanno infatti concordato un’intesa condivisa che prevede, in determinate condizioni tecniche, l’esclusione delle imprese statunitensi dall’applicazione di alcune norme del Secondo Pilastro — in particolare la Regola di inclusione dei redditi (IIR) e la Regola sui profitti insufficientemente tassati (UTPR). L’intesa è stata collegata anche al contesto negoziale che ha riguardato la proposta legislativa interna statunitense nota come Section 899 nel disegno di legge OBBBA, la cosiddetta “tassa sulla vendetta” che avrebbe colpito le imprese straniere attive negli USA. L’intesa è stata salutata dal Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, come un modo per «garantire maggiore stabilità e certezza al sistema fiscale internazionale in futuro».

Tale deroga rischia di svuotare di significato la riforma. Le multinazionali statunitensi (insieme a quelle cinesi) rappresentano infatti una quota importante a livello mondiale e la loro esenzione pratica potrebbe lasciare di nuovo spazio ai paradisi fiscali, incentivando lo spostamento della residenza delle multinazionali e migliorando la loro competitività fiscale rispetto ad altri Paesi. Inoltre, restano irrisolte questioni centrali, tra cui quella delle Digital Services Taxes, unilateralmente adottate da molti Paesi e fonte di continue tensioni.

L’OCSE ha ora il compito di guidare la fase di attuazione, offrendo assistenza tecnica e strumenti operativi. Tuttavia, la strada per una tassazione globale veramente equa ed efficace appare oggi più complessa e incerta. L’intesa dei 147 Paesi, pur rappresentando oggettivamente un progresso tecnico notevole, dovrà infatti fare i conti con una realtà geopolitica in cui il potere contrattuale di singole nazioni può ancora influenzare l’esito finale, lasciando in sospeso la promessa di contrastare in modo universale l’elusione fiscale delle grandi corporation.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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