martedì 6 Gennaio 2026

Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia

«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano. Il Venezuela non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington. In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.

A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta. Il linguaggio dell’“amministrazione temporanea”, già ascoltato a Panama e poi in Iraq, oggi viene riproposto in forma quasi identica con Caracas, confermando come la promessa di gestione responsabile si traduca spesso in puro dominio. E proprio nelle ultime ore, il Segretario di Stato, figlio di emigranti controrivoluzionari cubani, durante una intervista alla NBC, ha parlato apertamente di “preoccupazione” per i vertici dell’Avana, lasciando intendere scenari di regime change, affermando che il governo cubano «è un enorme problema» ed è «in grossi guai». «Non penso che sia un mistero il fatto che non siamo dei grandi fan del regime cubano», ha ricordato Rubio.

L’attacco frontale più netto è, però, quello contro la Colombia. Trump ha accusato il governo di Bogotá di non affrontare adeguatamente il narcotraffico e ha lasciato intendere possibili misure severe, includendo la minaccia di intervento militare. Vittima degli strali è il presidente Gustavo Petro, che secondo il tycoon «produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare». Petro ha respinto le accuse su X, definendole infondate e strumentali, ha rivendicato la sovranità della Colombia e avvertito che il suo Paese non accetterà pressioni, minacce o ingerenze esterne. Anche il Messico è finito nel mirino di Washington: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata» ha dichiarato Trump sull’aereo presidenziale. In una intervista a Fox News, il tycoon ha sostenuto che la presidente messicana Claudia Sheinbaum non stia realmente governando il suo Paese, ma che siano invece i cartelli della droga a controllare la nazione: «Quindi dobbiamo fare qualcosa», ha concluso Trump.

Dopo aver rilanciato le minacce in America Latina, Trump ha posto al centro dell’agenda anche la Groenlandia, definendola “necessaria” agli Stati Uniti: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Il presidente USA ha collegato la posizione artica del territorio alla crescente presenza di navi russe e cinesi, sostenendo che Washington deve avere un ruolo maggiore nel controllo dell’isola autonoma e che ciò sarebbe anche nell’interesse europeo: «L’UE ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata». Le tensioni sono aumentate dopo un post della podcaster Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, che ha pubblicato un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera USA con la scritta «Presto». La reazione di Copenaghen è stata netta: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto al mittente ogni ipotesi di annessione o di minacce, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo della Groenlandia e invitando Washington a cessare ogni pressione su un alleato storico.

Dalle Ande all’Artico emerge una strategia coerente di Washington: colpire i governi non allineati, ridisegnare rapporti di forza e imporre interessi strategici in nome della sicurezza. È un neoimperialismo senza freni, che cambia linguaggio rispetto al passato ma non natura, mentre guerra e violazione della sovranità rimangono prassi ordinaria.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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1 commento

  1. Visto che abbiamo al comando la cretina della Meloni e l’idiota della Von del cazz ho chiesto a Chat Gpt 5.2 come potremmo difenderci, da presa di comando CIA come con mani pulite dopo Sigonella o peggio se mai si scoprissero risorse qui da noi, non è sempli ma è fattibile:

    Ok, da zero — e prendo sul serio il punto: il rischio che temi non è lo sbarco dei Marines, ma una forma di “command capture” (influenza strutturale su élite militari e decisori) tramite carriere, contratti, interoperabilità, intelligence-sharing, ricatti, soldi, reti personali.

    Qui la risposta realistica non è “blindare al 100%” (impossibile), ma ridurre drasticamente la superficie d’attacco e aumentare il costo/il rischio di qualunque tentativo di cattura, mantenendo al contempo alleanze e interoperabilità dove conviene.

    Obiettivo: fedeltà costituzionale + autonomia decisionale verificabile

    La “fedeltà” non si ottiene con slogan patriottici, ma con architettura istituzionale e igiene di sicurezza.

    1) Catena di comando e “caveats” non negoziabili

    Principio: nessuna ambiguità su chi dà ordini in Italia e su quali condizioni.
    • Regole scritte e pubbliche (per quanto possibile) su: quando e come unità italiane possono operare sotto comando non-italiano (NATO/coalizioni), con caveats chiari.
    • Doppia chiave decisionale per impieghi sensibili: governo + informativa/controllo parlamentare (in forme compatibili con segretezza).
    • Audit legale periodico su accordi operativi e prassi: ciò che “si fa da anni” spesso diventa cattura senza che nessuno la chiami così.

    Risultato: riduci lo spazio in cui “il comando de facto” può spostarsi senza assumersene la responsabilità politica.

    2) Contro-cattura: anticorruzione + anti-ricatto (insider risk)

    Se il vettore è soldi/ricatti/legami, la difesa è un mix di screening, trasparenza e deterrenza interna.

    Per posizioni sensibili (intelligence, comandi operativi, procurement, cyber, basi, pianificazione):
    • Re-vetting periodico (non una sola volta nella vita): finanze, vulnerabilità a ricatto, pressioni esterne.
    • Dichiarazioni di interessi e patrimoni più robuste per ruoli ad alta esposizione (con controlli veri, non rituali).
    • Regole dure su regali, viaggi, consulenze, speaking fee, rapporti con contractor stranieri, fondazioni, think tank (tutto tracciato).
    • Programma “insider threat” orientato a prevenzione (pattern di rischio) con garanzie: non caccia alle streghe, ma segnali oggettivi.
    • Canali whistleblower protetti + protezione reale da ritorsioni.

    Risultato: rendi più difficile “comprare” o “agganciare” persone chiave, e più rischioso tentare.

    3) Spezzare la dipendenza da “hardware + dottrina + certificazioni” (la cattura silenziosa)

    Il comando si prende spesso non con ordini, ma con dipendenze: se senza certi sistemi non operi, chi controlla quei sistemi controlla anche te.
    • Architetture aperte e modulari: procurement che evita lock-in (se un componente USA diventa leva, lo sostituisci).
    • Sovranità su comunicazioni e cifratura per catene di comando nazionali/UE: chiavi, dispositivi, gestione dei certificati sotto controllo italiano/europeo.
    • Data sovereignty: log, telemetrie, manutenzione predittiva, supply chain digitale — se queste passano “in outsourcing”, hai già ceduto metà comando.
    • Diversificazione fornitori (europei quando possibile) su C2, EW, droni, munizionamento, cyber.

    Risultato: anche restando interoperabile con gli USA, non sei “ostaggio tecnico”.

    4) Rotazione incarichi e “anti-feudalizzazione” delle reti

    Le reti personali troppo stabili sono un vettore perfetto di cattura.
    • Rotazione obbligatoria in ruoli ad alto contatto con partner/contractor esteri.
    • Limitazioni “revolving door”: periodi di raffreddamento per passaggi verso aziende/enti collegati a paesi alleati/terzi in settori sensibili.
    • Tracciabilità dei network professionali (in modo regolato): non per paranoia, ma per evitare che una singola rete diventi “porta d’ingresso”.

    5) Rafforzare la contro-intelligence (senza trasformarla in polizia politica)

    Questa è la linea sottile: devi difenderti da penetrazione esterna senza distruggere fiducia interna.
    • Unità congiunta contro-intelligence focalizzata su: procurement, basi, cyber, influenze economiche, ricatti.
    • Separazione netta tra analisi di rischio e strumenti coercitivi: l’obiettivo è prevenire e bonificare vulnerabilità, non perseguitare dissenso.
    • Esercitazioni “red team” (legali) su scenari di influenza: pressioni economiche, kompromat, funding indiretto, manipolazione media.

    6) Europa: aumentare potenza militare e coesione senza diventare colonia di nessuno

    Incrementare forze senza controllo politico europeo = più muscoli ma stessi fili.
    • Comando europeo per funzioni (logistica, cyber difensivo, difesa aerea, marittimo) con standard UE.
    • Industria europea: munizioni, droni, EW, sensori, space — se non produci, dipendi.
    • Dottrina europea: scuole, corsi, wargame UE; se il pensiero operativo è importato al 90%, la fedeltà culturale segue.

    7) Cultura militare: la fedeltà si costruisce (anche) con identità e diritto

    Sembra “soft”, ma è il cemento.
    • Formazione continua su fedeltà alla Costituzione, catena di legittimità democratica, limiti dell’obbedienza.
    • Giustizia militare credibile su corruzione, conflitti di interesse, fuga di info.
    • Premiare carriere per competenza e integrità, non solo per networking internazionale.

    Una frase che riassume tutto

    Se il comando si prende con dipendenze e vulnerabilità, lo si difende con autonomia tecnica, igiene istituzionale e contro-intelligence sobria ma seria.

    Tre mosse “ad alto impatto” nei prossimi 12–24 mesi
    1. Re-vetting serio + regole anti-ricatto per ruoli chiave (finanza/rapporti/contractor).
    2. Sovranità C2/comunicazioni/cifratura per catena di comando nazionale (e UE per funzioni comuni).
    3. Procurement anti-lock-in: standard aperti e diversificazione su sistemi che “decidono” (C2, ISR, EW, cyber).

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