BETLEMME, PALESTINA OCCUPATA – Un muro alto circa 8 metri. Torrette militari, telecamere, soldati israeliani. È all’ombra del famoso “muro dell’apartheid” che separa la Cisgiordania dall’altra parte di Palestina occupata nel 1948 che sorge il campo da calcio del campo profughi di Aida, nella periferia di Betlemme. Un campo da calcio pieno di vita, dove centinaia di ragazzi e giovani si incontrano, si allenano, giocano; uno dei pochi luoghi di socialità in quel campo profughi famoso per essere stato nominato “il luogo più esposto ai lacrimogeni del mondo” a causa dei costanti gas lanciati dall’esercito per reprimere manifestazioni o proteste. Ma che ora Israele vuole demolire. «Il 31 dicembre ci hanno consegnato il secondo ordine di demolizione» dice Munther Amira a L’Indipendente. Cinquantacinque anni, è uno dei referenti dell’Aida Youth Center, uno dei centri giovanili del campo rifugiati. «Il primo ordine l’hanno consegnato il 3 novembre. Questo è il secondo. Ci hanno dato una settimana. Ma la demolizione può arrivare anche a fine mese», dice.
Il campo da calcio è stato costruito nel 2020. Sono centinaia i giovani che lo usano, comprese le ragazze del campo profughi di Aida che hanno fatto parte delle squadra nazionale femminile palestinese a livello giovanile. Secondo Tel Aviv, il campo da calcio è stato costruito senza permesso e viola le norme di sicurezza militari. Pretende che venga smantellato dagli stessi abitanti, oppure lo distruggeranno coi bulldozer israeliani e presenteranno il conto.

«Il campo da calcio è situato in area A, teoricamente sotto la giurisdizione, l’amministrazione, e la sicurezza palestinese», ribadisce Mohammah Abu Srour, volontario dello Youth center e responsabile dello sport club, a L’Indipendente. «La terra è stata data dal comune di Betlemme al “popular committee” di Aida tramite la chiesa armena, a cui affittano i terreni. Tutti i procedimenti legali e amministrativi sono stati rispettati, quindi Israele non ha nessuna motivazione per demolire il campo». Non sono i soli spazi che rischiano la demolizione. Un teatro e un giardino hanno ricevuto un primo avviso simile e la popolazione locale denuncia che molte delle strutture vicine al muro di apartheid saranno soggette allo stesso destino.

Il campo profughi di Aida è uno dei tre campi per rifugiati istituiti a Betlemme dalle Nazioni Unite per i palestinesi mandati via dalle proprie terre durante la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi. Tra il 1948 e il 1950 migliaia di persone sfollate dai futuri israeliani hanno trovato rifugio qui, per scampare ai massacri dell’invasione che ha portato alla formazione dello Stato di Israele nel 1948. I nipoti di quei rifugiati vivono tuttora nei campi profughi; Aida Camp è un fazzoletto di terra che ospita attualmente circa 7000 persone in circa mezzo chilometro quadrato. 2500 di esse sono bambini, che vivono in condizioni di sovraffollamento e di repressione costante a causa dei frequenti raid militari israeliani. Qui, solamente nella giornata di oggi, lunedì 5 gennaio, i coloni hanno fatto irruzione in diverse abitazioni per arrestare e interrogare almeno 25 palestinesi, successivamente rilasciati.
All’ingresso del campo si trova un cancello con una scultura raffigurante una grande chiave, simbolo del diritto dei palestinesi di tornare nelle terre da cui sono stati espulsi.
«Crediamo che Israele voglia demolire e portare via le nostre ambizioni, speranze, e vogliono distruggere lo sport in tutti i campi profughi in Palestina. Tutte le loro politiche hanno un solo obbiettivo, ed è di obbligare i palestinesi a lasciare la propria terra», continua Mohammah.
«Prima della seconda Intifada giocavamo nel nostro campo da calcio dietro il muro; poi gli israeliani hanno installato il muro nel 2022, e si sono annessi il nostro terreno», ricorda. «Così abbiamo costruito questo campo da calcio cinque anni fa. E ora vogliono portarci via anche questo». Mohammah sottolinea come questa è la dura realtà a cui i rifugiati palestinesi e tutti i palestinesi sono costretti: «Israele ci sta restringendo il nostro diritto al movimento, ci reprime in tutti gli aspetti della nostra vita, per obbligarci ad andarcene e a lasciare la Palestina», dice.

«La nostra squadra da calcio rappresenta i rifugiati palestinesi di Betlemme; noi crediamo ancora e abbiamo fede di tornare alle nostre terre [sottratte nel 1948, ndr]. Lo scopo del campo da calcio non è solo di praticare lo spot, ma è anche un messaggio politico per dire che ancora crediamo e vogliamo praticare i nostri diritti». I giovani del campo hanno anche lanciato una petizione chiamata FiFA: Save our pitch per bloccare la demolizione. «Il nostro messaggio per le persone fuori dalla Palestina, per la FIFA, per tutte le squadre di calcio, in Italia, Spagna, ovunque, è di supportare la nostra causa, di difenderla, di non lasciare demolire il nostro spazio».




