domenica 4 Gennaio 2026

Sovraffollamento, suicidi e diritti negati: il 2025 nero delle carceri italiane

Il sistema penitenziario italiano chiude il 2025 in una condizione di crisi profonda e crescente, caratterizzata da un sovraffollamento record, condizioni di detenzione spesso indegne e un tragico bilancio di suicidi dietro le sbarre. Lo attesta l’analisi riassuntiva sul 2025 pubblicata dall’associazione Antigone, in cui si dipinge un quadro drammatico. Il quadro complessivo restituisce infatti l’idea di un sistema che non assolve con efficacia alla funzione di reinserimento e che, anzi, amplifica sofferenze e fragilità. In questo contesto cresce la pressione su personale e servizi, mentre le proposte di riforma sembrano trovare scarsa attenzione nelle sedi politiche e amministrative.

I numeri testimoniano un’emergenza strutturale. Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa. Questo incremento, pari a oltre 180 persone in più ogni mese, avviene in un contesto paradossale: la capienza effettiva del sistema è infatti scesa a soli 46.124 posti, 700 in meno rispetto all’inizio dell’anno. Il risultato è un deficit di quasi 18.000 posti e un tasso di sovraffollamento nazionale che ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre la soglia critica del 150% e punte spaventose. «A Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Mombello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%», evidenzia l’associazione.

Questo affollamento estremo si traduce in violazioni quotidiane della dignità dei detenuti. «Nel 42,9% delle 120 carceri visitate, e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – prosegue l’analisi – non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona». Le carenze strutturali sono pervasive: nel 10% degli istituti il riscaldamento non era sempre funzionante, nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda o condizioni igieniche inadeguate, e oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Vengono meno anche gli spazi fondamentali per un trattamento rieducativo: in un’alta percentuale di istituti mancano locali per la socialità, per la scuola e per le attività lavorative.

L’associazione, statistiche alla mano, sottolinea con forza come questa deriva non sia giustificata da un’impennata della criminalità. «Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati – argomenta – sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%». Secondo Antigone «a crescere non è dunque la criminalità, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità». Una tendenza considerata ancor più allarmante nel circuito minorile, dove il cosiddetto Decreto Caivano ha provocato un forte aumento dei giovani detenuti, «svuotando progressivamente della sua funzione educativa» il circuito.

Antigone si concentra poi sulla sofferenza psichica e i tanti eventi critici che, almeno in parte, deriverebbero da questo problematico contesto. Negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone. Il dato più drammatico resta quello delle morti: nel 2025 si sono contati 238 decessi in carcere, di cui 79 suicidi. La gestione del disagio appare spesso affidata alla medicalizzazione: dalle visite è emerso che l’8,9% dei detenuti aveva una diagnosi psichiatrica grave, il 20% assumeva stabilizzanti dell’umore o antipsicotici e il 44,4% faceva uso di sedativi. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto».

In questo scenario, ogni prospettiva di reinserimento sociale viene meno. Lavora appena il 30% dei detenuti, prevalentemente per l’amministrazione stessa, mentre solo una minima parte ha accesso a percorsi formativi o educativi significativi. Eppure, il 38% della popolazione detenuta ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative, strumenti che riducono la recidiva e che oggi rimangono sottoutilizzati.

Di fronte a tale spaccato, Antigone ha lanciato a novembre la campagna “Inumane e degradanti. Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale”, con cui si chiedono misure deflattive immediate, come clemenza e un ampliamento significativo delle misure alternative, per raggiungere l’obiettivo «zero sovraffollamento». Si propone inoltre di consentire telefonate quotidiane e di dare piena attuazione al diritto all’affettività. Secondo Antigone, è necessario un cambio di passo verso la modernizzazione: approvando un nuovo regolamento, installando telecamere negli spazi comuni e garantendo trasparenza su morti e suicidi. Altri pilastri sono il ritorno al sistema delle celle aperte per almeno otto ore al giorno, l’abolizione dell’isolamento disciplinare per i minori e la sua drastica riduzione per gli adulti, nonché un piano straordinario di assunzioni di personale qualificato. Trovano spazio anche le richieste di abrogazione di norme ritenute dannose, come il reato di «rivolta penitenziaria» e il cosiddetto «decreto Caivano», accusato di aver «distrutto il sistema della giustizia minorile».

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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