domenica 4 Gennaio 2026

Le idee di domani

Di quali idee abbiamo bisogno nel 2026? Quali si faranno strada? Ho sfogliato Les idées de demain, di Philosophie, una importante iniziativa editoriale che esce in Francia e che mi ha spinto a interrogarmi.

Pensare senza confini. Le crescenti diseguaglianze e insieme le nuove aggregazioni geopolitiche ridisegnano i confini: non più frontiere geografiche, nazionali ma limiti interni ad esempio tra povertà e opulenza, tra fame e sprechi alimentari, tra élites sempre piú variegate e ceti medi culturalmente abitudinari e ridotti all’angolo.

All’orizzonte si prospetta una qualche migrazione verso destra di sentimenti libertari. Ma con una notevole curvatura. A destra, il libertarismo, la connotazione anarchica andrebbe a sfociare nell’ illimitata fiducia nelle tecnologie usando anche toni apocalittici. Se il libertario ‘classico’ si misura con la riduzione del potere ad oppressione, a destra l’assenza di potere politico finisce per determinare la fine di tutto, un oltre nichilista, generatore di ansia, di tensione irrazionale. A destra, insomma, si continua a sfidare il destino più che i potenti. Il che non significa però preferire automaticamente la sinistra…

La fuga dai controlli stringenti, l’affermazione del proprio Sé, la convinzione, come sosteneva Dostoevskij nelle Memorie del sottosuolo, che «la cosa più importante e più cara è la nostra personalità», rimane un’idea base della modernità, non l’ individualismo ma la piena coscienza di sé, quella che ci fa amare la verità come strada maestra per non perdersi.

Programma difficile in questa società concentrazionaria che relega gli anziani nelle RSA interrompendo di fatto la circolazione intergenerazionale, la continuità di valori.

Una volta si parlava di società dello spettacolo, magari!, ora direi che viviamo assediati dalla digitalizzazione, rendendo analfabeta una quota di soggetti che vengono obbligati a sopravvivere ai propri ricordi e necessitano di intermediari.

E ancora: la libertà consiste nell’esaurire tutte le possibilità che ci offrono le dimensioni naturale e umana o sì deve andare oltre impegnandosi in sfide estreme mediante le tecnologie, l’IA, i sistemi economici spietati?

Un capitalismo nemmeno più liberale in senso stretto che punta all’accaparramento indiscriminato delle risorse della terra.

E le ambizioni utopistiche? Ad esempio, una scelta di fuga lontana, tipo Walden di Thoreau, o Le vie dei canti di Chatwin rappresenta una forma radicale di rifiuto della civiltà economicista, capitalistica o è anche la preparazione di una nuova élite, la germinazione di una autenticità rivoluzionaria che vuole fare piazza pulita delle convenzioni?

Secondo Platone esiste un mondo delle idee abitato da forme immutabili che poi si traducono ogni volta nella realtà in modo approssimativo e imperfetto. L’esperienza è dunque in qualche modo una perdita, un adattamento, una messa in gioco di parvenze, la verità resta sempre un po’ lontana.

Gilles Deleuze ha sostenuto invece che i concetti, le idee, bisogna crearli all’occasione osservando e prefigurando.

Ad esempio, una delle spinte ideali più forte è di natura antropologica: l’interesse da riservare ai popoli autoctoni, originari. Altrimenti qualsiasi concettualizzazione va a riguardare soltanto lo sviluppo economico e la sua sostenibilità.

Dobbiamo invece diventare amministratori della diversità etnica, valorizzare le varietà del mondo dei viventi. E quindi imparare anche dalle tradizioni remote.

La pace vera comincia da lì: nel 2026 si deve rafforzare il diritto di cittadinanza, deve cessare la logica delle appropriazioni territoriali che ha segnato le guerre del Novecento e che sta martoriando interi popoli.

Ciascuno di noi deve incaricarsi di un compito estremo. Rifiutare o accettare la logica dello scontro che cosa vuol dire?

Semplicemente una cosa: i governi costituiti, anche democratici, mal tollerano le forme di dissenso, anche quelle senza tratti violenti, poi però investono nel riarmo, si inventano nemici, sempre con la teoria delle zone di influenza o delle potenziali minacce.

Ci vogliono dare la guerra in cambio della sicurezza interna. Questo meccanismo va svelato, combattuto. I conflitti sociali, anche duri, devono tradursi in nuova materia legislativa.

Un’idea per il 2026? Ricominciare a governare, a fornire servizi, a ridurre le sofferenze derivanti dalle diseguaglianze, e a fare politica, iniziando dai microcosmi in cui ci troviamo a vivere: mettendoli in confronto, rendendoci disponibili prima di tutto ad ascoltare e a prendere chiaramente posizione.

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Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell'immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).

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