Per decenni quella del Páramo dello stratovulcano Antisana, a sud-est della capitale Quito, è stata considerata e trattata come un’area da sfruttare: pascoli intensivi, incendi, terreni compattati dal passaggio continuo di mandrie. Oggi, lo stesso paesaggio mostra segni evidenti di rigenerazione. A partire dal 2010, il Governo locale e l’azienda idrica della capitale hanno iniziato un processo graduale ma determinato di ripristino ambientale, acquistando terreni da allevatori e rimuovendo gli animali non autoctoni. Azioni che in poco tempo hanno permesso all’ecosistema e ai suoi abitanti di rinascere.
Senza le pecore, l’erba ha ricominciato a crescere. Senza gli zoccoli a pressare il suolo, l’acqua è tornata a infiltrarsi nel terreno. Dove prima c’erano zone sabbiose erose dal vento, ora si rivedono piante erbacee e arbusti tipici dell’alta quota. Le dighe artificiali costruite per alzare la falda acquifera hanno permesso di ripristinare molte delle zone umide. E con la vegetazione sono tornati anche gli animali. I cervi dalla coda bianca hanno fatto da apripista, seguiti da volpi, puma e, più di recente, persino un orso andino.
Il páramo è un ecosistema unico, che si estende tra i 2.900 e i 5.000 metri di altitudine lungo la Cordigliera delle Ande. Ricco di torba, umido e freddo, svolge un ruolo cruciale nella regolazione idrica. È qui che nasce gran parte dell’acqua potabile che alimenta le grandi città andine. Nella sola Colombia, che ospita il 60% dei páramos mondiali, queste zone coprono appena il 2% del territorio ma forniscono circa il 70% dell’acqua potabile nazionale. In Ecuador, il páramo di Antisana è una fonte primaria per Quito.
Oltre al ruolo idrico, questi ecosistemi trattengono enormi quantità di anidride carbonica e ospitano specie che non vivono in nessun’altra parte del mondo. Per le comunità indigene, rappresentano luoghi sacri, legati a pratiche mediche tradizionali e cerimonie ancestrali. Ma sono fragili. L’agricoltura intensiva, l’urbanizzazione in espansione, gli incendi e la crisi climatica stanno minacciando la loro sopravvivenza. Secondo alcune proiezioni, metà dei páramos potrebbe scomparire entro il 2050.
Nel caso di Antisana, il cambiamento è stato reso possibile grazie a una collaborazione tra enti pubblici, comunità locali e soggetti privati. Il Fondo per la Conservazione dell’Acqua di Quito (FONAG) ha finanziando le operazioni sul campo investendo parte dei suoi ricavati per acquistare terreni dagli allevatori e formando squadre per il monitoraggio ambientale. I lavori hanno incluso la piantumazione di graminacee e specie autoctone e la costruzione di barriere contro l’erosione.
Il ritorno degli animali è stato uno degli indicatori più evidenti del successo. I condor andini, che un tempo si nutrivano delle carcasse dei bovini, ora cacciano piccoli mammiferi selvatici tornati a popolare l’area. I cervi non sono più braccati dai braccianti, i puma non vengono più allontanati, e le tracce di orso andino hanno riacceso l’interesse dei ricercatori.
Oggi il páramo di Antisana è considerato un esempio di riferimento per i progetti di recupero ambientale in alta quota, a dimostrazione che anche ecosistemi ritenuti compromessi possono ritrovare un equilibrio, se protetti con costanza, competenza e visione collettiva.



