domenica 31 Agosto 2025

Gli USA schierano navi da guerra ed esercito al largo del Venezuela

Negli ultimi giorni, le acque caraibiche sono diventate teatro di una nuova prova di forza tra Stati Uniti e Venezuela che richiama dinamiche da guerra fredda e strategie di pressione che sembravano appartenere al passato. Washington ha schierato un imponente dispositivo militare composto da cacciatorpediniere, navi anfibie, due sottomarini nucleari, elicotteri, aerei da ricognizione e oltre ottomila uomini. L’operazione è stata presentata come parte della lotta al narcotraffico, con l’obiettivo di bloccare le rotte della cocaina e del fentanyl verso il Nordamerica. Resta da capire se la manovra americana sia solo un atto dimostrativo o il preludio a una nuova e più ampia escalation contro il Paese. Questa scelta ha alimentato il timore di un nuovo possibile golpe (dopo il tentativo fallito nel 2020, appoggiato dalla prima amministrazione Trump). Così, Caracas ha risposto convocando un vertice straordinario dell’ALBA, l’alleanza regionale di sinistra, con i leader di Paesi come Cuba, Nicaragua e Bolivia, e schierando esercitazioni militari spettacolari, con la mobilitazione di migliaia di uomini

Un’esibizione di forza orchestrata dal presidente Nicolás Maduro, assistita con entusiasmo da alti vertici militari e politici, in risposta a quella che è stata definita una «aggressione imperialista». «Se un giorno toccheranno il Venezuela, tutta l’America si solleverà per noi, per il popolo di Bolívar», ha dichiarato Maduro. Le immagini trasmesse dalla televisione di Stato mostrano parate, esplosioni simulate e droni in volo. È uno spettacolo coreografico che ha soprattutto una funzione psicologica: cementare l’idea di un Paese assediato ma compatto e trasformare l’aggressione esterna in collante nazionale. In realtà, il numero di miliziani dichiarato appare improbabile in un Paese svuotato da anni di emigrazione e segnato da una profonda crisi demografica ed economica. Il Venezuela non dispone della forza militare per un vero confronto con Washington. La mossa di Maduro sembrerebbe dunque soprattutto simbolica: la costruzione di un immaginario eroico di resistenza antimperialista per mostrarsi forte davanti al popolo e a rispondere con la retorica patriottica a un nemico che gode di una schiacciante superiorità militare. 

L’amministrazione Trump (che solamente poche settimane fa ha aumentato la taglia sulla testa di Maduro a 50 milioni di dollari) ha ordinato il dispiegamento di otto navi da guerra nelle acque caraibiche e del Pacifico, supportate da sottomarini d’attacco nucleari e aerei Poseidon per la sorveglianza. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dato il via all’operazione inviando il Gruppo Anfibio di Dispiegamento Immediato Iwo Jima (Iwo Jima Amphibious Ready Group) della Marina statunitense, composto dalla nave d’assalto anfibio USS Iwo Jima, dalla nave da trasporto anfibio USS San Antonio e dalla nave da sbarco USS Fort Lauderdale. A bordo dei cacciatorpediniere, dotati di missili Tomahawk e sistemi di combattimento Aegis, si trovano anche reparti della Guardia Costiera incaricati di arresti legati al traffico di droga. L’entità di questa mobilitazione è anomala. Per contrastare il narcotraffico, in passato Washington ha utilizzato pattugliamenti della Guardia Costiera o missioni mirate. Oggi, invece, mette in campo risorse paragonabili a quelle di una campagna militare. È evidente che la finalità non si esaurisce nella lotta al crimine organizzato: la pressione è diretta contro Maduro e il suo governo, accusati di essere alla guida del cosiddetto Cártel de los Soles e di utilizzare il Paese come hub per i traffici illeciti. La domanda cruciale è se l’attuale mobilitazione preluda a un intervento militare o se si tratti solo di una dimostrazione di forza. La storia americana conosce precedenti di invasioni “mirate”, come quella di Panama del 1989, condotte con la giustificazione della lotta al narcotraffico e culminate in un cambio di regime.

Entrambe le parti hanno interessi politici interni. Trump utilizza la crisi venezuelana per rafforzare la propria immagine di leader deciso e intransigente, capace di difendere i confini americani dal traffico di droga e di riaffermare la supremazia militare statunitense. Maduro, dal canto suo, sfrutta la minaccia esterna per consolidare il proprio potere, delegittimato da accuse di brogli elettorali e indebolito dal collasso economico. La posta in gioco è duplice: da un lato la stabilità del regime chavista, dall’altro la capacità degli Stati Uniti di riaffermarsi come potenza egemone nel proprio emisfero. Tuttavia, oggi il contesto internazionale è più complesso. Il Venezuela non è isolato: mantiene rapporti con Russia, Cina e Iran, potenze pronte a sostenere Caracas almeno a livello diplomatico. Un’eventuale invasione potrebbe aprire scenari imprevisti e destabilizzare l’intera regione. D’altra parte, gli Stati Uniti devono misurarsi con priorità strategiche globali, dall’Indo-Pacifico al Medio Oriente, che rendono rischioso aprire un nuovo fronte. L’attuale dispiegamento potrebbe, quindi, rivelarsi una manovra intimidatoria, destinata a mettere Maduro sotto pressione senza arrivare  a un vero conflitto. Nel mezzo, il popolo venezuelano continua a vivere una crisi economica e sociale senza precedenti, mentre l’intera regione rischia di essere travolta da una nuova escalation. Ciò che appare evidente è che, ancora una volta, l’America Latina diventa il palcoscenico di un conflitto che non è solo locale, ma globale: una nuova “diplomazia delle cannoniere” che segna il ritorno della forza militare come linguaggio privilegiato nelle relazioni internazionali.

Avatar photo

Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Articoli correlati

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

+ visti