mercoledì 28 Febbraio 2024

Italiani in Australia: un racconto zaino in spalla 

È il grande giorno: all’alba del 18 ottobre 2022, l’aereo sta per atterrare. Apro gli occhi e fuori dal finestrino i primi raggi di sole iniziano a farsi largo tra i palazzi di quella che potrebbe essere una qualsiasi metropoli europea. Per la prima volta, dopo aver trascorso ventidue ore di volo, cambiato tre aerei, salutato quattro nazioni ed una famiglia, mi sento perso. Guardo dall’alto quell’enorme città e penso a quanto piccola fosse la mia Padova. «E adesso, che faccio?». Mi giro e non trovo i miei compagni di banco a suggerirmi la risposta. A tre mesi dall’esame di maturità, eccomi arrivato nella metropoli più isolata al mondo: Perth, capitale del Western Australia.

In città

Neanche il tempo di cambiare due spicci all’ATM e presto mi si palesa la provenienza di chi questo Paese l’ha colonizzato: stampata sul taglio da cinque dollari australiani ritrovo, così, Sua Maestà Elisabetta II. Al prezzo di due regine, decido di fare una card magnetica con la quale potrò validare le mie corse su qualsiasi mezzo pubblico e pagare il parcheggio auto. Ebbene, TransPerth – l’azienda di trasporti locale – ha ancora un paio di sorprese in serbo per me: raggiungendo il primo alloggio scopro che, per gli spostamenti interni al centro città, vi sono delle linee autobus gratuite con frequenza di dieci minuti ciascuna. Apro il braccio ed un autobus della linea gialla mi si affianca, eppure le porte non si aprono. Di fronte ai miei piedi qualcosa si muove ed in automatico, una rampa inclinata si poggia sul marciapiede. L’autista, vedendomi in difficoltà con i bagagli, ha deciso di aiutarmi. Ringrazio e prendo posto, così da dedicarmi finalmente al mio nuovo navigatore in lingua inglese ed azzeccare la fermata corretta. Batteria scarica. Niente panico: davanti a me due prese elettriche USB mi fanno luce con i loro led blu a intermittenza. Sto viaggiando nel futuro?

L’unica cosa certa, è che non ho scelto una meta improbabile: i numeri parlano chiaro e, come me, altri 183.177 backpacker (ovvero viaggiatori zaino in spalla) hanno fatto richiesta, tra il 2021 ed il 2022, per il Working Holiday Maker. Un visto lavorativo-turistico che, in due diverse soluzioni, consente a ragazze e ragazzi provenienti da 47 diverse parti del mondo di trattenersi per un massimo di tre anni nella terra dei canguri e vivere un’esperienza fatta di minivan, spiagge e surf, ma anche di sudore e risparmio. Ahimè, le richieste sono tornate ai tempi pre-covid e la situazione alloggi non è così diversa da quella milanese. Pochi giorni dopo il mio arrivo inizia, pertanto, quello che sarà un lungo calvario fra ostelli e campeggi. Fortunatamente, però, riesco presto ad ottenere la mia carta medicare (corrispettiva della nostra tessera sanitaria), che mi consentirà l’accesso ai servizi di sanità di base, esclusi quelli di ambulanza, per un totale di sei mesi. Alla scadenza di questi, potrò decidere se uscire e rientrare nei confini del Paese – e quindi richiederne una nuova – o sottoscrivere una polizza privata. Curioso è invece, il fatto che in qualsiasi atto ufficiale sia richiesta un’indicazione specifica per le persone di origine aborigena. Cos’avranno mai combinato da meritarsi tanta differenziazione?

Dopo i primi giorni in vari b&b e motel, riesco ad accaparrarmi una branda in ostello, tagliando di quel poco i costi del dormire. Le notti tuttavia, non sono facili e tra la musica a palla nelle aree comuni, le decine di sveglie dei compagni di stanza e qualche letto che – per svariati motivi – cigola; ogni mattina raggiungo a stento Filippo, giardiniere con cui taglio siepi e prati delle più disparate ville di Perth. Anche lui è veneto ed è fresco di matrimonio con una ragazza australiana, grazie alla quale ha da poco ottenuto la tanto ambita PR, la residenza permanente. Tra un giro e l’altro, oltre a stupirmi di quanto i clienti investano nel mantenere sempre il giardino tagliato al millimetro, capita di lavorare per famiglie di provenienza italiana. Scambiandoci due chiacchiere, emerge spesso che il loro arrivo coincide con il secondo dopoguerra, anche grazie ad un vantaggioso programma di immigrazione dovuto all’urgente necessità di forza lavoro.

Durante gli spostamenti vedo polizia in ogni dove, guardie sull’uscio di negozi, telecamere ad ogni angolo ed insegne che invitano a segnalare qualsiasi infrazione commessa dai concittadini. Insomma, anche se è vero che per le strade del centro spesso si sentono le urla dei coloriti personaggi che le popolano, il tema sicurezza sembra caro a questi australiani.

Il lavoro

È giunto il momento di cercare lavoro e grazie al gruppo Facebook Italiani a Perth, per 29 dollari l’ora (attuale paga minima) imparo a fare le pizze con Mattia, un ragazzo di Bari che – anche lui stanco della vita e degli stipendi italiani – già da qualche anno lavora all’estero. Dopo qualche settimana, il direttore del locale mi riduce il monte ore settimanale, costringendomi a cercare un’altra occupazione per far fronte al caro vita che, seppur in maniera più lieve, ha colpito anche oltreoceano. Tuttavia, la facilità con la quale si può lasciare un lavoro per rimediarne un altro in breve tempo è quasi scioccante, soprattutto dati gli standard a cui ero abituato. Il tutto sembra dovuto al tipo di contratto con cui la maggior parte dei viaggiatori come me viene assunta, che prende il nome di casual e, una volta firmato, permette al datore di lavoro – come anche all’impiegato – di terminare il rapporto lavorativo in qualsiasi momento, senza preavviso alcuno. Tuttavia, non consente al lavoratore di usufruire di particolari giorni di ferie o malattia. Sostanzialmente, non ti presenti a lavoro, non vieni retribuito. Interessante è anche la periodicità della busta paga che, così come gli affitti o altri pagamenti, ha cadenza settimanale o alla peggio, bisettimanale. In men che non si dica trovo quindi un posto come cameriere in un bar sulla spiaggia di Fremantle, nonché città dove Bon Scott – frontman degli AC/DC dal 1974 al 1980 – ha passato la sua infanzia e realizzato brani del calibro di T.N.T. e Highway to Hell. Al porto difatti, gli è stata dedicata una statua, che giornalmente passo a salutare quando alle nove di sera (orario di chiusura del locale) porto fuori le decine di cestini colmi di immondizia indifferenziata. Se, infatti, agli occhi, strade e spiagge appaiano sempre pulite e incontaminate, in realtà, la differenziazione dei rifiuti non sembra importare a molti.

Cambio di rotta

Natale si avvicina, ma nell’emisfero australe il termometro segna una massima di 30°. Con i ragazzi dell’ostello, organizziamo una serata di buona musica latina per la sera della Vigilia ed un pic-nic sulla spiaggia per il 25 Dicembre. Tra una partita di beach volley, ottima paella spagnola e tanta crema solare, posso dire che coperta e tortellini in brodo non mi mancano così tanto. Il 26 gennaio è festa nazionale. Si celebra l’Australia Day, in memoria del 1778, quando Captain Phillip e la First Fleet sbarcarono nella Baia di Sydney, dando il via alla colonizzazione inglese. Per la comunità indigena, tuttavia, oggi è un giorno di lutto.

Una sera, finito di lavorare, apro il cellulare e vengo letteralmente bombardato dalle infinite condivisioni dello stesso macabro episodio: a North Fremantle una ragazza di 16 anni è stata attaccata mortalmente da uno squalo. Al mio rientro in ostello, la notizia è già sulla bocca di tutti e la paura di entrare in acqua, ora è più forte che mai, ma basta una veloce ricerca sulla frequenza di tali attacchi per capire che si tratta di episodi piuttosto isolati. Tuttavia ho comunque bisogno di cambiare aria e, grazie al passaparola, scopro che un ristorante del quartiere cerca un lavapiatti. Colgo l’occasione al volo e sono felice, soprattutto dopo aver saputo che dovrò affiancare Alvaro, amico spagnolo dal quale acquisterò presto la mia prima automobile. È una Nissan X-Trail – pagata 7000 A$ grazie ai risparmi di qualche mese – e avendo la funzione 4×4 è ideale per il tipo di percorso che ho in mente di fare. Direzione? Down South.

L’inizio degli 88 giorni

Per aver la possibilità di rinnovare il visto in mio possesso, è necessario svolgere – nell’arco del primo anno – 88 giorni di lavoro nel settore agricolo o di ospitalità in determinate aree remote o regionali. Così, a metà febbraio spengo venti candeline e mi metto alla guida verso Margaret River. Nella mecca dei surfisti arrivo che è quasi buio: giù i sedili posteriori, materasso gonfiabile e sacco a pelo. Presto comunque buona attenzione nel parcheggiare nascosto tra la foresta per non essere sorpreso dai Rangers, famosi per le loro multe al sorgere del sole. In questo breve viaggio on the road non sono da solo; a farmi compagnia ci sono anche Adrien, un ragazzo parigino, e Francesco, direttamente da Arezzo. Ci si guarda le spalle e ci si aiuta a vicenda, dividendo la benzina – che costa all’incirca €1,10 al litro – ed il prezzo dei campeggi. Sarà proprio in quello di Gracetown – scelto per la vicinanza ai vigneti in cui ogni mattina raccogliamo l’uva – che decido di liberarmi definitivamente della mia valigia. Regalo qualche vestito di troppo e tengo con me soltanto l’indispensabile nello zaino da trekking. È qui che comprendo come, in viaggio, anche un grammo di meno faccia risparmiare spazio e fatica.

Nei giorni di lavoro in vigna la sveglia suona prestissimo ed il primo sbadiglio lo si fa con le stelle ancora ben luminose nel cielo. Quando si riesce, un caffè veloce e poi subito al volante. Sono in gruppo con i ragazzi del team B e, come da rito, ci troviamo in centro città per poi farci strada l’un l’altro. Chiamano l’appello e siamo tutti presenti. Le prime auto partono in velocità ma io, faccio fatica a seguire la carovana. Accendi, cambia marcia, gira, accelera: vuoi il buio, vuoi la stanchezza, e improvvisamente mi ritrovo faccia a faccia con due fanali che puntano dritti nella mia direzione. Sento suonare un clacson. Dal panico lo suono anch’io. Un istante e poi realizzo: sono sulla corsia di marcia opposta. Sterzo e non succede nulla di grave, ma d’ora in poi sono sicuro che me lo ricorderò: in Australia si guida a sinistra. Dopo la parentesi a Margaret (dove in aprile ha avuto luogo la quinta tappa dei campionati mondiali di surf 2023), decido insieme a Jack, Mattia ed Asia – oramai miei fidati amici riminesi – di lasciare il freddo Sud per inseguire la stagione calda. Inizia così, lungo la costa Ovest, il viaggio su strada più lungo da me mai percorso. Al quinto giorno dalla partenza raggiungiamo Denham, dove facciamo una sosta per ricaricare stomaci e serbatoi. Giunti in centro città, però, non crediamo ai nostri occhi: a passare sulle strisce pedonali c’è un tranquillo esemplare di emù, grande uccello simile allo struzzo. Nell’attesa, Jack mi racconta che nell’inverno del 1932, contadini e reduci di guerra del primo conflitto mondiale tentarono, invano, di combattere 20mila unità di questi grandi pennuti senz’ali. L’operazione, durata all’incirca un mese, venne nominata The Great Emu War (la grande guerra degli emù) ed ancora oggi, a distanza di 91 anni, ispira film, risate e battute sulla disfatta più incredibile del Western Australia. Fortunatamente, emù, canguri e pappagalli (oltre ai simpatici quokka a Rottnest Island), saranno i soli animali presenti in natura che vedremo lungo il percorso. Incontri con serpenti, ragni, alligatori o cammelli selvatici, sarebbero risultati decisamente più pericolosi. Dopo aver guidato sulla sabbia del Francois Peron National Park, superiamo il Tropico del Capricorno per poi stabilirci ad Exmouth (cittadina a 1250 chilometri da Perth).

Il 20 Aprile ammiriamo una rara eclissi solare, per poi metterci alla ricerca di un’occupazione utile a terminare i famosi 88 giorni. Neanche a dirlo, in una settimana siamo tutti assunti: Jack e Mattia lavorano in un pub, mentre Asia pulisce le camere di un resort ed io lavo le automobili in un autonoleggio. I giorni in cui non si lavora sono fatti di snorkeling, subacquea e tentativi di surf nello splendido Oceano Indiano, nonché uno dei maggiori luoghi di attrazione per chi desidera nuotare insieme a tartarughe, delfini e mante, ma anche squali balena e megattere. Percorrendo la strada verso le principali spiagge del North West Cape passo accanto al complesso di antenne Naval Communication Station Harold E. Holt, un insieme di tredici trasmettitori (il più alto misura 387 metri) che durante il corso della Guerra Fredda inviavano messaggi criptati verso sottomarini australiani e statunitensi. Grazie all’aiuto di alcuni testimoni vengo infatti a scoprire che la città in cui ho appena messo piede fu creata con l’esatto scopo di ospitare una base militare a stelle e strisce, la cui cultura si era poi sparsa a tal punto da rivoluzionare anche le più semplici abitudini di vita quotidiana: guida a destra, fast food e dollari americani come moneta di scambio. Lavorando all’autonoleggio incontro poi D., un soldato semplice della base Navy che si offre di mostrarmi le armi a colpo singolo in suo possesso. Egli mi racconta che, fino al 1966 (a seguito della più grande strage mai avvenuta nel Paese), anche fucili di tipologia automatica e semi-automatica erano in commercio. Da quell’anno, il Parlamento di Canberra emanò quattro amnistie, rispettivamente nel 1996, 1997, 2017 e 2021 (quest’ultima permanente), consentendo a tutti coloro in possesso di un’arma da fuoco, di consegnarla agli organi di polizia senza ripercussione alcuna.

Riscoprire la lentezza

Ai primi di luglio termino i miei 88 giorni e sono libero di scegliere i prossimi passi. Anche se un’attraversata del deserto mi affascinerebbe, l’arrivo di mia sorella Alessia – anche lei qui come viaggiatrice zaino in spalla – allungherà la mia permanenza nel Nord-Ovest fino a ottobre, quando lascerò l’Australia. Paese che, proprio perché così tanto influenzato dall’Occidente, ha saputo introdurmi con i giusti tempi e le giuste misure in questo nuovo e fantastico stile di vita chiamato “viaggio”. Fatto sicuramente di incertezze, spirito di adattamento ed ostacoli, ma anche di quiete, esplorazioni e riscoperta di una lentezza dimenticata. Nonostante l’accento e l’iniziale freddezza della società australiana, a mio parere, adottare una sfida simile potrebbe essere un ottimo punto di partenza per tutti coloro che sentono la necessità di dare una ventata d’aria fresca alla propria esistenza. Per me, è tempo di altri Paesi ed altri paesaggi. Alla scadenza del visto mi trasferirò nel Sud-Est asiatico, dove grazie ai risparmi ed un costo della vita inferiore, spero di potermi concedere tempi ancor più distesi.

[testo e foto di Riccardo Ongaro]

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