venerdì 2 Dicembre 2022

L’annessione delle regioni ucraine segna il punto di rottura definitivo tra Russia e Occidente

Nella giornata di ieri, 30 settembre, si è svolta la cerimonia ufficiale – nella sala di San Giorgio del Cremlino – con cui il governo russo ha firmato l’adesione delle quattro regioni dell’Ucraina sudorientali (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kerson) alla Federazione russa: una giornata storica per Mosca, che ha celebrato l’evento con la festa popolare nella Piazza Rossa cui hanno partecipato migliaia di persone, ma anche determinante per gli sviluppi del conflitto ucraino e per sondare le reazioni della cosiddetta “comunità internazionale”. Sempre ieri, infatti, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha commentato l’annessione dei territori ucraini da parte russa attraverso quello che viene definito un referendum «farsesco e illegale» ed è stata altresì bocciata la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite contro i referendum russi, grazie al veto posto dalla Russia e all’astensione di India, Cina, Brasile e Gabon. Il presidente ucraino Zelenski, dal canto suo, ha risposto all’annessione chiedendo di entrare nell’Alleanza Atlantica attraverso una procedura accelerata.

Il Presidente russo, nel discorso tenuto prima della cerimonia a deputati e senatori, si è detto disponibile a sedersi al tavolo dei negoziati con l’Ucraina, sottolineando però che l’appartenenza alla Russia delle quattro regioni non è in discussione, in quanto ha dichiarato che «gli abitanti di Luhansk e di Donetsk, di Kerson e Zaporizhzhia diventano nostri cittadini per sempre». Il discorso del capo del Cremlino è denso di riferimenti all’identità storica e culturale della Russia, la quale sta alla base del desiderio di ricongiungimento degli oblast ucraini con la madrepatria storica. Infatti, ha proseguito Putin, «nel 1991, senza chiedere la volontà dei comuni cittadini, le élite di partito di allora decisero di sciogliere l’URSS e la popolazione si trovò così strappata alla Patria da un giorno all’altro», dando vita ad una catastrofe nazionale. Oltre ai riferimenti storici e culturali, dal discorso del presidente emerge come quello in Ucraina vada oltre il mero scontro territoriale e geopolitico, per assumere i contorni di un «conflitto di civiltà» tra Russia e Occidente che sconfina in una “dimensione spirituale”: tale conflitto vede contrapporsi i cosiddetti paesi “non allineati” all’unipolarismo di matrice anglosassone e, più in profondità, la difesa dei valori, della fede e della tradizione che caratterizza il mondo russo alla decadenza spirituale e alla corruzione morale occidentale. Putin ha dunque affermato che «il crollo dell’egemonia occidentale è irreversibile e – lo ripeto ancora – non sarà mai più come prima». Quanto alle accuse rivolte alla Russia di paventare l’uso di armi nucleari, il capo del Cremlino ha replicato ricordando che «gli Stati Uniti sono stati il solo Paese al mondo ad aver usato le armi nucleari due volte creando un precedente».

Allo stesso tempo, Jens Stoltenberg in conferenza stampa, dopo avere definito «illegali» i referenda, ha affermato che le ultime mosse di Mosca rappresentano «la più grave escalation» dall’inizio della guerra. Tuttavia, per quanto riguarda l’ingresso di Kiev nella Nato, sia Stoltenberg che il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan hanno frenato il desiderio di Zelensky di entrare nell’Alleanza in tempi rapidi: il primo, infatti, ha asserito che «l’ingresso di un Paese nella Nato deve essere decisa dagli alleati all’unanimità», mentre il secondo ha dichiarato esplicitamente che «sulla Nato gli Stati Uniti hanno una politica della porta aperta, ma per il momento sosteniamo Kiev a difendere il proprio territorio». Inoltre, è stato ribadito esplicitamente che la Nato non è parte del conflitto. Dall’Occidente è arrivata comunque una reazione unanime di sostegno a Kiev che avrebbe il diritto di riconquistare tutti i territori perduti, mentre USA e Gran Bretagna hanno varato un nuovo pacchetto di sanzioni contro personalità russe, tra cui la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, considerata l’alleata più efficace di Putin, data la sua capacità di tenere a galla l’economia russa nonostante la raffica di sanzioni. Il presidente americano Biden, dal canto suo, ha chiesto alla comunità internazionale di «restare al fianco dell’Ucraina per tutto il tempo necessario» e ha firmato venerdì un disegno di legge che destina 12,4 miliardi per il sostegno all’Ucraina. Le reazioni occidentali non hanno scosso il presidente russo che, durante la festa nella Piazza Rossa, ha affermato che «la vittoria sarà nostra».

Dal punto di vista diplomatico, non si può parlare di vittoria russa, ma neppure di isolamento come sostiene, fin dall’inizio del conflitto, la parte occidentale: se, infatti, da un lato Russia, Cina, India e Gabon si sono astenute sulla risoluzione, alcuni alleati storici, come la Serbia, hanno votato a favore, non tanto per una questione di discrepanze geopolitiche, quanto per non creare un precedente “giuridico” che potrebbe applicarsi al caso interno del Kosovo. Del resto, il recente incontro del Gruppo di Shanghai (SCO) a Samarcanda è prova di come il mondo non occidentale non abbia alcuna intenzione di annullare le sue relazioni con la Russia, ma al contrario abbia intenzione di rafforzarle all’interno di una cornice che vede nel cambio dell’ordine mondiale il suo presupposto imprescindibile. Quanto alla crisi ucraina, da un lato, è emersa l’impotenza della Nato, che si è tirata fuori dallo scontro diretto affermando di non essere parte del conflitto e facendo capire tra le righe che l’ingresso a breve dell’Ucraina nell’Alleanza non è sul tavolo; dall’altro il discorso di Putin e l’adesione dei nuovi territori alla Federazione hanno segnato il punto di rottura definitivo con gli USA e l’Occidente collettivo. Un contesto in cui qualunque incidente o presunto sabotaggio, come quello avvenuto ai Nord Stream, potrebbe trasformarsi nel casus belli per ampliare la guerra e in cui, dunque, la situazione può sfuggire rapidamente di mano ad entrambe le parti in causa, portando il mondo sull’orlo di una catastrofe senza precedenti.

[di Giorgia Audiello]

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1 commento

  1. Stoltenberg e Zelensky? Che ipocrisia! Se la CIA prima e la NATO di conseguenza si sono insediate in Ucraina dal 2008! (Conferma nelle conferenze del Professor John MEARSHEIMER dell’Università di Chicago. disponibili su: Youtube.com),

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