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Le banche centrali di tutto il mondo stanno riducendo le riserve in dollari americani

La maggior parte delle banche centrali del mondo ha espresso l’intenzione di ridurre l’esposizione in dollari americani nel prossimo decennio, proseguendo e accelerando quel processo [1] di de-dollarizzazione che è in corso da tempo, in particolare da quando nel 2022 è esploso il conflitto russo-ucraino. A rilevarlo è un sondaggio di uno dei più importanti think tank indipendenti che si occupa di banche centrali e investimenti pubblici: l’Official Monetary and Financial Institutions Forum (OMFIF). Si tratta della prima volta che l’indagine condotta dal Forum rileva un tale allontanamento dal dollaro, sebbene da diversi anni le banche centrali abbiano iniziato ad aumentare le loro riserve in oro sostituendo progressivamente la valuta statunitense. Inoltre, secondo l’indagine, il 79% delle banche centrali e il 60% dei fondi pubblici ritengono che il sistema monetario globale stia passando a un sistema “multipolare”, cosa che riflette i mutamenti geopolitici in corso.

In particolare, secondo [2] l’indagine, è l’oro l’asset più gettonato al momento dalle banche centrali: il metallo giallo, infatti, «è diventato centrale nella strategia di gestione delle riserve» e, nel breve periodo, è il bene in cui gli istituti centrali prevedono maggiormente di incrementare le proprie posizioni, con il 30% degli intervistati che intende aumentare la propria allocazione nei prossimi uno o due anni. Per questi motivi il metallo giallo, che attualmente è detenuto dall’82% delle banche, ha raggiunto negli ultimi anni prezzi record. Subito dopo l’oro, l’attrattiva principale è rappresentata dall’euro e dallo yuan cinese, sebbene, secondo gli intervistati del sondaggio, le sfide strutturali attuali abbiano ridotto l’attrattiva di entrambe le valute. In ogni caso, quasi tutti i partecipanti del sondaggio considerano la valuta cinese un valido strumento di diversificazione del portafoglio. Un altro aspetto interessante da sottolineare è che le valute diverse dalle prime otto stanno gradualmente guadagnando spazio come riserve valutarie: in particolare, le banche hanno cercato di aumentare la loro esposizione in corone norvegesi e dollari neozelandesi. Il sondaggio ha anche rilevato un maggiore interesse nei confronti dei mercati emergenti: il 38% dei fondi pubblici globali prevede, infatti, di aumentare l’allocazione di risorse verso le economie emergenti, rispetto al 27% dello scorso anno. L’interesse per un aumento degli investimenti nei mercati emergenti ha superato, inoltre, la domanda per un aumento degli investimenti nelle economie sviluppate, che è scesa al 25% rispetto al 47% dell’anno scorso.

Un altro aspetto interessante rilevato dell’indagine dell’OMFIF riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale (IA): secondo il rapporto, oltre il 66% delle banche centrali prevede di incrementare l’integrazione dell’IA nel breve termine, soprattutto per affrontare il problema della volatilità, che ormai considerano una condizione permanente del sistema finanziario a causa degli sconvolgimenti geopolitici, ma anche per gestire l’analisi dei dati e le funzioni di back-office. In questo contesto, si osserva una disparità tra le banche centrali dei paesi sviluppati e quelle delle nazioni emergenti: oltre l’89% delle prime, infatti, utilizza l’IA contro il 60% delle seconde, che prevedono di aumentare gli stanziamenti nei prossimi uno o due anni.

Già un rapporto [3] del 2024 del World Gold Council attestava come il 2023 fosse stato il secondo anno di fila in cui gli acquisti netti del metallo giallo da parte delle banche centrali avevano superato le 1.000 tonnellate: nel 2023, infatti, gli acquisti di oro sono stati pari a circa 1.030 tonnellate, dopo il record di 1.082 tonnellate nel 2022. Nel secondo trimestre del 2024, invece, gli acquisti netti sono stati pari a circa 183 tonnellate, con un aumento del 6% su base annua. Anche l’amministratore delegato di JP Morgan Asset Management ha dichiarato [4] recentemente che il dollaro statunitense si sta indebolendo, soprattutto a causa delle preoccupazioni per gli elevati livelli di debito della più grande economia mondiale. Proprio l’aumento incontrollato del debito pubblico statunitense e le tensioni geopolitiche che si stanno registrando a livello globale hanno determinato non solo la svalutazione del dollaro e la volatilità di altre valute, ma hanno reso anche più instabili altri prodotti finanziari come azioni, obbligazioni, contratti derivati e altri titoli di debito. Questo ha indotto gli investitori e le banche centrali a cercare una base finanziaria solida proprio nel metallo giallo che mantiene stabile il suo valore nel tempo senza risentire delle fluttuazioni del mercato o delle turbolenze economiche e geopolitiche. Inoltre, l’uso del dollaro come arma di ricatto finanziario ha contribuito a erodere la fiducia del biglietto verde di molte nazioni, in particolare delle economie emergenti. Tutti questi fattori stanno determinando una riduzione delle riserve in dollari e un aumento delle riserve di oro e di altre valute, dando nuova linfa al fenomeno della de-dollarizzazione. Quest’ultimo, a sua volta, risulta cruciale per il cambiamento dei rapporti di forza e degli equilibri economico-politici a livello internazionale, decretando in modo sempre più evidente il tramonto dell’egemonia finanziaria occidentale.

 

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.