L’accordo di associazione UE-Israele resta attivo. La richiesta avanzata da Spagna, Slovenia e Irlanda ha incontrato il muro di Germania e Italia, che ieri nel Consiglio Affari esteri dell’UE si sono schierate al fianco di Israele. L’unanimità necessaria per sospendere l’accordo commerciale con Tel Aviv, oggetto di un’analoga [1] Iniziativa dei cittadini europei (ICE), non è stata dunque raggiunta. «Non credo che bloccare uno strumento commerciale sia uno strumento utile perché si va a colpire la popolazione israeliana che non ha nulla a che vedere, spesso, con i fatti che commettono i militari e vengono addossati al governo», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, tradendo il doppiopesismo europeo in tema di sanzioni.
I ministri degli Esteri dell’UE si sono riuniti ieri a Bruxelles. Il dossier più caldo sul tavolo riguardava l’accordo di associazione con Israele, firmato nel 1995 per agevolare il commercio tra le parti, aprendo a diversi programmi di cooperazione, come Horizon. Spagna, Slovenia e Irlanda hanno chiesto di sospendere la pietra miliare della cooperazione tra l’UE e Israele, sanzionando Tel Aviv per i suoi crimini: dalla colonizzazione [2] della Palestina al genocidio [3] del suo popolo, passando per la recente invasione [4] del Libano, con annessa distruzione di decine di villaggi.
Per approvare la sospensione in seno al Consiglio Affari esteri era necessaria l’unanimità, dunque il consenso dei 27 Paesi membri. Due di questi, Germania e Italia, si sono opposti. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul considera «la sospensione dell’accordo UE-Israele inappropriata», pur criticando la recente approvazione [5] della pena di morte per i prigionieri palestinesi o la violenza dei coloni. A tal proposito ha ribadito: «Non ci dev’essere alcuna annessione in Cisgiordania». Sulla stessa lunghezza d’onda il capo della Farnesina Antonio Tajani, secondo cui è «meglio sanzionare individualmente i responsabili». Tuttavia negli ultimi due anni e mezzo di genocidio, l’Italia ha fatto [6] sorvolare indisturbato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, nonostante un mandato di arresto internazionale. Allo stesso modo, le autorità italiane non hanno impedito l’arrivo [7] sul territorio nazionale di coloni e soldati precedentemente di stanza a Gaza e in Cisgiordania.
Tajani ha poi rigettato l’ipotesi di colpire il commercio bilaterale adducendo rischi per la popolazione civile. Un discorso che evidentemente non vale per altri Paesi destinatari di sanzioni commerciali, come la Russia o l’Iran. Ritorna dunque il valzer tutto europeo del due pesi e due misure sui diritti umani. Il Consiglio Affari esteri si è lasciato con la promessa di inoltrare al commissario per il Commercio la proposta di limitare gli scambi provenienti [8] dalle colonie israeliane. L’esecutivo UE analizzerà la fattibilità della proposta, aggiornando in un secondo momento i Paesi membri.
La sospensione dell’accordo di associazione con Israele non è del tutto affossata. Visto il milione di firme raggiunto [1], la Commissione dovrà infatti valutare l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) sul tema. «Con oltre il 34% delle importazioni di Israele provenienti dall’UE e il 28,8% delle esportazioni israeliane verso l’UE, l’Unione è il principale partner commerciale di Israele. Nel 2024 gli scambi totali di merci tra l’UE e Israele ammontavano [9] a 42,6 miliardi di euro», scrivono i promotori. Si comprende la portata della partnership e l’impatto che avrebbero delle sanzioni europee sull’economia israeliana, forzando Tel Aviv al rispetto del diritto internazionale. Un obbligo non soltanto morale, che risponde ai principi fondanti dell’UE, ma anche giuridico. La stessa intesa di associazione, all’articolo 2, stabilisce che “[l]e relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”.