Ha raggiunto la quota di 350mila firme la campagna lanciata negli scorsi mesi dall’associazione Schierarsi per promuovere un referendum abrogativo finalizzato a cancellare i finanziamenti pubblici diretti all’editoria. L’iniziativa mira specificamente ad abrogare la recente norma del decreto “Milleproroghe” che ha ritardato di ulteriori due anni lo stop ai contributi statali per quotidiani e periodici. Secondo gli attivisti, considerando come l’iniziativa sia stata oscurata pressoché da tutto l’establishment mediatico (tra le poche testate che ne hanno scritto, L’Indipendente è stata la prima), si tratta di un grande successo, frutto di una intensa mobilitazione costruita dal basso. Per portare gli italiani alle urne, è necessario raccogliere almeno 500mila sottoscrizioni entro il prossimo 26 luglio.
La raccolta firme condotta da Schierarsi, che nelle scorse settimane ha visto centinaia di banchetti e iniziative in tutte le regioni d’Italia, si concentra [1] in particolare sull’abolizione dei “contributi diretti” alla stampa. Si tratta di un fondo stanziato dallo Stato per sostenere specifiche categorie editoriali, ovvero cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro e Fondazioni. I numeri dietro a questi finanziamenti sono assai eloquenti: il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria ha pubblicato l’elenco dei beneficiari per il 2024 di un fondo che ha raggiunto i 104,8 milioni di euro (nel 2023 erano 95,6) a beneficio di 153 testate. A ricevere le quote più consistenti sono il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten (6,1 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni) e Avvenire (5,5 milioni). A usufruirne sono anche organi di stampa nazionali come Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (2 milioni), che vengono formalmente considerati come cooperative di giornalisti o società senza fini di lucro. Tecnicamente, invece, il referendum non tocca il tema dei “contributi indiretti”, attraverso i quali i giornali cartacei possono beneficiare di sconti sull’acquisto della carta, sgravi fiscali sulla pubblicità, agevolazioni sulle tariffe postali e rimborsi per le spedizioni.
L’associazione Schierarsi – che vede tra i suoi fondatori anche l’ex deputato Alessandro Di Battista – sostiene che il sistema di finanziamento pubblico all’editoria, almeno per come oggi è concepito, non abbia un reale legame con la tutela del pluralismo informativo. Prova ne sarebbe la presenza tra i beneficiari di testate riconducibili, nei fatti, ad aree partitiche ben definite. Tra gli esempi citati c’è Il Secolo d’Italia, che tra il 2018 e il 2024 ha ricevuto oltre 6 milioni di euro di contributi pubblici ed è l’organo della Fondazione Alleanza Nazionale, nel cui consiglio di amministrazione siedono Italo Bocchino, Maurizio Gasparri, Fabio Rampelli e Arianna Meloni. Schierarsi evidenzia inoltre come i contributi finiscano da oltre vent’anni prevalentemente agli stessi giornali, con meno del 7% dei beneficiari che assorbirebbe quasi il 60% delle risorse disponibili.
Oltre 250mila firme sono state raccolte [2] sul sito del Ministero della Giustizia, mentre i banchetti organizzati dagli attivisti hanno fatto il resto. «Andremo avanti a raccogliere firme fino all’ultimo minuto possibile – dichiara Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione Schierarsi, a L’Indipendente -. Siamo molto contenti del risultato raggiunto, perché abbiamo costruito una grande comunità attraverso questa istanza e stimolato una grande partecipazione in tutta Italia, da nord a sud. Non molleremo la presa».