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“Lo scudo penale nega la verità”: intervista a Fabio Anselmo, l’avvocato dei morti di Stato

Oggi l’avvocato Fabio Anselmo difende la famiglia di Abderrahim Fakir, il cittadino di origine marocchina morto a Bologna durante un fermo di polizia. Sono passati ormai 21 anni da quando ha seguito il caso di Federico Aldrovandi  21 lunghi anni di battaglie civili e giudiziarie, di processi e sofferenze, e di tanto dolore alla ricerca di una cosa semplice: una verità giudiziaria che andasse oltre gli imbarazzati silenzi di Stato che seguono sempre la morte di un cittadino che era nelle mani delle forze dell’ordine. Le stesse che, secondo il nostro ordinamento, avrebbero dovuto proteggerlo. Anni in cui l’avvocato Anselmo è diventato, suo malgrado, l’avvocato “dei morti di Stato”. Non perché alla ricerca di protagonismo, come alcune accuse nemmeno troppo velate provano a insinuare, ma perché probabilmente nessun altro li avrebbe difesi e sicuramente nessuno lo avrebbe fatto in questo modo, rendendo mediatici i processi per necessità e obbligando tutto il Paese a fermarsi e riflettere. Lo abbiamo intervistato per riflettere sul caso di Fakir e, più in generale, sulle difficoltà di difendere la verità nei casi che coinvolgono gli apparati dello Stato, acuiti anche dalle ultime misure legislative, tra le quali lo “scudo penale”, utilizzato proprio per gli agenti coinvolti nel caso di Bologna.

Se grazie al lavoro svolto nel 2005 Aldrovandi non fosse finito su tutte le televisioni nazionali, arrivare alla verità accertata dalle sentenze sarebbe stato impossibile: sarebbe rimasta l’ennesima vicenda con lo spazio di un trafiletto di cronaca nera su un quotidiano locale, prima dell’oblio. Stessa cosa per i casi Cucchi, Magherini e tutti gli altri che ci sono in mezzo. Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Vittorio Morneghini, Filippo Narducci, Edoardo Tura, Aldo Bianzino, Bernardino Budroni, Davide Bifolco e Luciano Isidro Diaz. A ogni nome corrisponde una morte che, per vedersi restituita un po’ di dignità, e scampoli di verità, ha comportato un lavoro mostruoso a livello giuridico, ma soprattutto umano. Perché significa scontrarsi con sofferenze profondissime, alle quali nessuno aveva prestato ascolto.

Mentre la morte di Abderrahim Fakir sta diventando un caso globale, con l’Ordine degli avvocati del Marocco che ha presentato un esposto a Bologna e il ministero degli Affari Esteri di Rabat che chiede chiarimenti e ha dichiarato di seguire con preoccupazione gli sviluppi del caso, e testate come BBC e Times sono a caccia di notizie, lo raggiungiamo al telefono.

L’avvocato Fabio Anselmo difende la famiglia di Abderrahim Fakir, il cittadino di origine marocchina morto a Bologna durante un fermo di polizia

Anselmo non usa giri di parole. Sul motivo per cui il nuovo scudo penale [1] complichi proprio le situazioni che conosce meglio di chiunque altro, la risposta arriva secca: la finestra temporale imposta dalla norma è troppo stretta per permettere qualunque cosa che non sia la conferma della prima versione dei fatti. «Quale pubblico ministero, dopo 120 giorni e con poche indagini a disposizione, avrà il coraggio di scrivere quasi una condanna anticipata iscrivendo il fascicolo nel modello 21?». Non è una domanda retorica: è un problema di tempi troppo stretti e di prove, prima ancora che di volontà.

Il tecnicismo comincia dal nome del registro. Il modello 45 esiste da sempre per contenere le “pseudo notizie di reato”, i fatti che appaiono fin da subito privi di rilevanza penale. Il 45-bis introdotto dal decreto sicurezza ne è una variante: si applica quando il fatto è reato, ma appare già evidente che sia stato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Ed è qui che l’avvocato coglie la contraddizione di sistema: se la causa di giustificazione è già evidente al punto da utilizzare il nuovo registro, a cosa servono centoventi giorni di indagini? O il fatto è chiaro, e allora l’archiviazione si può chiudere subito; oppure non lo è, e allora non si spiega perché il pubblico ministero debba muoversi con un termine dimezzato rispetto a quello ordinario. Per questo, secondo l’avvocato, lo scudo penale è uno strumento gravissimo: «Limitare il tempo necessario per indagare significa rischiare di rendere impossibile proprio quella ricerca della verità che i familiari delle vittime hanno il diritto di pretendere».

A Bologna la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e ha già iscritto nel 45-bis i due agenti intervenuti su Fakir e i quattro sanitari del 118. Venerdì è fissata l’autopsia: da quel giorno comincia a correre il termine che, secondo Anselmo, rischia di trasformarsi in una gabbia.

Per spiegare perché, l’avvocato non fa ipotesi: ricorre a fatti che conosce bene. «Federico Aldrovandi sarebbe morto per droga: solo un anno dopo si è cominciato a parlare di quello che davvero era successo quella notte a Ferrara», dice, riferendosi a cosa sarebbe accaduto se questa norma fosse esistita già nel 2005. Di Stefano Cucchi, aggiunge, «non ne parliamo nemmeno: sarebbe morto di droga, o comunque di morte naturale, perché la prima autopsia diceva questo. Poi c’è stata l’esumazione. Ci abbiamo messo sei anni di processi a vuoto prima di arrivare al processo vero e dimostrare la causa della morte». Il procedimento è quello che nel 2019 ha portato alla condanna definitiva di due carabinieri a 12 anni per omicidio preterintenzionale.

Riccardo Magherini è il terzo nome: «La famiglia ha tenuto la salma in frigo per sei mesi perché non si fidava della prima autopsia, e infatti l’abbiamo rifatta con Fineschi. La prima diceva che era morto di cocaina». Solo dopo anni, racconta Anselmo, «siamo riusciti a far riconoscere il nesso causale tra l’asfissia posturale, la compressione al suolo e la morte, in concausa con la debolezza cardiaca e la cocaina, non per cocaina soltanto. La droga è sempre la via di fuga più comoda, in queste vicende». Una sentenza della Corte di Strasburgo, ricorda l’avvocato, ha condannato [2] lo Stato italiano nel gennaio del 2026 perché non aveva fornito ai propri agenti una formazione adeguata sui rischi di quella posizione, già nel 2014, quando Magherini morì.

Su Fakir, Anselmo non ha dubbi su come andrà il racconto pubblico, anche senza attendere gli esami tossicologici: non ha condotto alcuna indagine, non ha elementi, ma è pronto a scommettere che si tornerà a parlare di droga. È sempre la via di fuga più comoda, sostiene. Si indaga sulla vittima, invece che su chi l’ha ridotta così.

Resta poi il nodo del video circolato nelle ultime ore, spacciato da alcuni come ripreso da una bodycam. Anselmo esclude che vi sia stata la colluttazione di cui si è parlato, e dice di avere testimoni pronti a raccontare l’accaduto.

Un dettaglio che, unito ai tempi stretti imposti dal nuovo registro, riporta al punto di partenza: la sentenza di Strasburgo nasceva dal riconoscimento che l’Italia non aveva insegnato ai propri agenti a evitare la posizione prona. Dodici anni e una circolare del Viminale [3] più tardi – quella di appena due mesi fa, che raccomandava esplicitamente di evitarla – a Bologna la stessa dinamica è tornata protagonista di un’altra morte. Con centoventi giorni per stabilire se davvero, ancora una volta, nessuno abbia sbagliato.

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Mario Catania

Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l'online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L'Indipendente coordina i lavori del mensile.