La Commissione Europea ha accolto il rapporto steso dal suo Panel Speciale sulla Sicurezza dei Bambini Online, incaricato di studiare e definire se e come i social media rappresentino un pericolo per i minori. Ancor prima di leggerne i contenuti, la presidente Ursula von der Leyen ha rivelato l’intenzione di volersi assicurare che i giovani non possano più accedere ai social e ad altre applicazioni limitrofe: una presa di posizione che prospetta una verifica anagrafica a tappeto di tutti gli utenti del web, con il rischio di ridurre considerevolmente la privacy digitale.
La Commissione ha chiarito più volte la sua posizione: considera gli algoritmi dei social lesivi della salute mentale dei minori, una posizione condivisa da anni da ricercatori e pediatri. In Italia, legalmente, nessun minore di 14 anni potrebbe sottoscrivere questo genere di servizi e, idealmente, i genitori dovrebbero evitare di esporre i figli all’uso di smartphone e tablet per buona parte del periodo della formazione. Eppure, lo sappiamo bene, entrambi questi presupposti sono molto lontani dall’essere attuati.
Se da una parte la Commissione si sta muovendo [1] contro le Big Tech che gestiscono questi sistemi considerati dannosi, dall’altra si sta preparando a intervenire direttamente, imponendo un giro di vite sulle modalità di consumo del web. «È chiaro che abbiamo bisogno di restrizioni appropriate all’età sulle piattaforme», ha dichiarato [2] von der Leyen in conferenza stampa, «e qui la nostra app di verifica dell’età è uno degli strumenti per farlo. È facile da usare, preserva la privacy ed è open source. Si tratta di rimettere il potere nelle mani dei genitori».
La presidente fa riferimento a un portafoglio digitale presentato lo scorso aprile, il quale promette di risolvere in maniera etica e sicura il problema, sempre più pressante, della verifica anagrafica online. L’app dell’UE si presenta come garanzia per tutelare le informazioni dei cittadini: vi si registrano i propri documenti d’identità e lo strumento fa da mediatore con i vari portali, certificando l’anagrafica dei naviganti del web senza che questi debbano affidarsi ad aziende terze dalle dubbie intenzioni. Un’accortezza che, almeno per ora, viene però annichilita dal fatto che, secondo [3] alcuni tecnici, l’app sarebbe facilmente violabile. Il che permetterebbe a eventuali malintenzionati di accedere facilmente a tutte le informazioni sensibili degli utilizzatori.
Carenze tecniche a parte, le intenzioni sembrano suggerire un’impostazione a scaglioni anagrafici, con divieti e limitazioni che si allentano progressivamente a seconda della fascia d’età presa in considerazione. Allo stesso tempo, è importante evidenziare che von der Leyen ha lasciato intendere che gli interventi di verifica dell’età non saranno limitati alle sole piattaforme social, ma si estenderanno orizzontalmente a tutti i “social media plus”. Il senso di questa definizione sarà certamente motivo di futuri dibattiti tra i legislatori, ma si può intuire che, oltre ai social in senso stretto, si vogliano estendere le maglie dell’intervento anche alle app di messaggistica – già coinvolte dal sistema Chat Control [4] –, oltre che a negozi di app, videogame e sistemi di intelligenza artificiale.
La definizione dell’intervento, per ora, resta fumosa anche perché sarà formalmente discussa dalla Commissione solo a settembre, al rientro dalle vacanze estive, e non è difficile intuire che sarà motivo di scontri epocali. Non tanto tra istituzioni – a esclusione dell’Estonia [5], tutte le nazioni sembrano pronte a sostenere le verifiche a tappeto –, quanto con le lobby del settore. Se si dovesse concretizzare la visione della Presidente, verrebbero infatti coinvolte aziende di ogni tipo, una gamma ben più ampia di quelle ad alto impatto individuate in precedenza da leggi come il DSA e il DMA. D’altro canto, contingentare l’area di intervento rischierebbe solo di far sì che il pubblico – i minori in primis – defluisca verso altri servizi che non richiedono verifiche anagrafiche.
In tutto questo c’è dunque la voce di chi vuole tutelare il diritto alla privacy degli utenti: un coro che sostiene che l’unico modo per ridurre la continua fuga di dati e l’erosione dell’anonimato online sia raccogliere meno dati, non registrarne ancora di più sotto la pretesa di una pseudoanonimizzazione. Ma questa voce sembra destinata ad avere difficoltà a farsi ascoltare.