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Processo Baiardo, i pentiti confermano i legami con Forza Italia negli anni delle stragi

Il tema del presunto (e massiccio) appoggio elettorale garantito a Forza Italia dagli uomini di Cosa Nostra nel 1994 è tornato prepotentemente al centro delle cronache giudiziarie. A rappresentarne il teatro è stato il processo in corso a Firenze a carico di Salvatore Baiardo, storico fiancheggiatore dei boss stragisti Giuseppe e Filippo Graviano, in cui l’uomo è accusato di favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e di calunnia. Nella giornata di mercoledì 8 luglio, nello specifico, hanno sfilato davanti ai giudici i collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza – esecutore materiale della strage di via D’Amelio –, Emanuele Celona e Ciro Vara, i quali hanno fornito rivelazioni sulle connessioni che la consorteria mafiosa avrebbe aperto con la creatura politica di Berlusconi all’inizio degli anni Novanta. Tutte circostanze da dimostrare, che si insinuano però in un tracciato storico che sembra lasciare poco spazio alle interpretazioni.

Il sostegno politico

Partiamo da Ciro Vara, storico capo della cosca di Vallelunga Pratameno, arrivato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta a ricoprire la carica di vice rappresentante provinciale di Caltanissetta. Senza giri di parole, nel corso della testimonianza [1], il pentito ha confermato come nel 1994 «tutte le famiglie, i mandamenti e le province» di Cosa Nostra votarono Forza Italia, partito politico che andò a «sostituire la Democrazia Cristiana (tradizionale referente politico di Cosa Nostra fino alla fine degli anni Ottanta, ndr) in tutto». Vara ha dichiarato di avere partecipato in maniera attiva alla campagna politica pro-Berlusconi: «Io da parte mia – ha detto – ho fatto votare al mio paese Forza Italia, è stato votato, è stato il primo partito. Cioè da parte mia significa tutti gli uomini d’onore di Vallelunga, tutti gli avvicinati e tutti quelli che ci stavano vicini, imprenditori e quant’altro». «C’era molta soddisfazione» ha aggiunto il collaboratore di giustizia, poiché «si sapeva in Cosa nostra che anche Berlusconi aveva avuto rapporti con noi, c’era un’aspettativa perché si potevano aggiustare le cose». A parlare qui è infatti la storia: come racconta la sentenza definitiva che ha portato alla condanna per concorso esterno di Marcello Dell’Utri, braccio destro del Cavaliere, è attestato [2] che il Berlusconi imprenditore sancì nel 1974 un “patto di protezione” con Cosa Nostra in un incontro con il capomafia Stefano Bontate. Un patto mediato dallo stesso Dell’Utri, che poi avrebbe fondato Forza Italia insieme al Cavaliere, venendo poi eletto ripetutamente in Parlamento e anche all’Eurocamera negli anni successivi. Vara ha inoltre aggiunto che il boss Gaetano Grado, fedelissimo di Bontate, gli raccontò successivamente di quell’incontro, affermando che Cosa Nostra avrebbe «dato 20 miliardi di lire nella metà degli anni ’70 a Berlusconi».

Lo stesso giorno, ha parlato davanti al Tribunale anche Emanuele Celona, ex capomafia di Gela, il quale ha affermato di aver saputo, quando si trovava in galera, che Cosa nostra sostenne Forza Italia alle elezioni del ‘94 con lo scopo di ottenere un alleggerimento delle misure antimafia. Tra le altre cose, Celona ha riferito che il mafioso Lorenzo Vaccaro all’epoca affermò che «bisognava votare Forza Italia» e che «il nostro referente era Marcello Dell’Utri». Di conseguenza, ha aggiunto Celona, «abbiamo votato tutti Forza Italia, tant’è vero che mi hanno portato i miei familiari la tessera elettorale» in carcere. Sulla base di quanto riferito, l’accordo era imperniato sul ridimensionamento delle “leggi speciali”, tra cui la legge Martelli-Scotti, che dopo le stragi aveva inaugurato il 41-bis. All’inizio degli anni Duemila, Celona si sarebbe poi confrontato con il capomandamento di Bagheria Pippo Scaduto: «Abbiamo parlato del fatto delle elezioni che c’erano state, che tutta la Sicilia aveva votato a Forza Italia».

Le stragi

Una testimonianza molto forte è stata poi quella di Gaspare Spatuzza. Si tratta di un personaggio importante: esecutore materiale della strage di via D’Amelio, fu lui che nel 2009 sconfessò con la sua ricostruzione puntuale le bugie del falso pentito Vincenzo Scarantino, accendendo [3] la luce su quello che è stato ribattezzato come «il più grave depistaggio della storia repubblicana» sull’omicidio Borsellino. In primis, Spatuzza ha ricordato quanto già raccontato in numerose altre occasioni, facendo riferimento al suo appuntamento al Bar Doney di Roma del gennaio 1994 con Giuseppe Graviano, il quale gli parlò di Berlusconi e Dell’Utri: «Dopo aver fatto il punto della situazione di quello che era il preparativo per l’attentato all’Olimpico (bomba che doveva esplodere il 23 gennaio 1994, ma la strage fallì, ndr) mi dice che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, che ci eravamo messi il Paese nelle mani […]. Mi fa il nome di Berlusconi, che io tanto tendo a dire che se era quello del Canale 5 […]. Che c’era di mezzo un nostro compaesano, Marcello Dell’Utri. Quindi avevamo chiuso tutto, eravamo felici, ci eravamo messi il Paese nelle mani». I due, avrebbe detto Graviano, erano «persone serie», a differenza di «quei quattro crasti dei socialisti» che alla fine degli anni Ottanta ottennero i voti di una Cosa Nostra in rotta con la DC grazie alle loro politiche di stampo garantista. «Nel marzo-aprile del 1992 abbiamo fatto un colpo di Stato», ha detto Spatuzza, mentre oggi si vorrebbe «fare passare per cose distinte e separate» le stragi in Sicilia da quelle del Continente. Invece, ha dichiarato il pentito, «il mandamento di Brancaccio (quello guidato dai Graviano, ndr) è stato operativo da Capaci fino all’attentato all’Olimpico di Roma».

Il contesto

Quelle che abbiamo enucleato sono dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che non costituiscono dunque verità ufficiali, ma solo elementi di prova sottoposti all’autorità giudiziaria, la cui valenza deve essere accertata attraverso il contraddittorio processuale e l’eventuale conferma da parte delle sentenze definitive. Chiavi di lettura importanti ci vengono però consegnate dal contesto storico di riferimento e da quanto già raccontato da altri collaboratori ritenuti attendibili. Nel periodo delle stragi, all’interno dell’organizzazione mafiosa si aprì un confronto sulla strada da seguire: da una parte l’ala più oltranzista rappresentata da Leoluca Bagarella e dai fratelli Graviano, favorevole a proseguire lo scontro frontale con lo Stato; dall’altra il fronte riconducibile a Bernardo Provenzano, orientato verso una strategia più sommersa, basata sulla ricerca di nuovi interlocutori politici e istituzionali. Il contestuale crollo dei partiti della Prima Repubblica, travolti dalle inchieste di Tangentopoli, aveva lasciato Cosa Nostra senza i tradizionali referenti politici. Secondo quanto raccontato da diversi pentiti, proprio in quel vuoto di rappresentanza maturò inizialmente il progetto di creare un nuovo soggetto politico direttamente collegato [4] agli interessi mafiosi, così come ad ambienti dell’eversione nera e della massoneria coperta: “Sicilia Libera”. Il progetto, tuttavia, non decollò e, secondo i racconti dei collaboratori, i vertici di Cosa Nostra decisero di orientare il proprio consenso verso la neonata Forza Italia.

Come ha riferito in passato l’ex boss Tullio Cannella, «Bagarella già sapeva da qualche tempo che c’era Berlusconi che stava per scendere in politica con un nuovo partito e i voti furono dirottati su Forza Italia». È in questo passaggio storico che si collocano le dichiarazioni di diversi pentiti che, negli anni successivi, hanno parlato di un sostegno elettorale mafioso al partito. Oltre che con il lungo percorso giudiziario che ha riguardato proprio Dell’Utri, la questione si intreccia con la vicenda di Antonio D’Alì, altro importante fondatore di Forza Italia. D’Alì può vantare [5] nel suo curriculum anche lunghi anni passati da parlamentare, un Sottosegretariato al Ministero dell’Interno (dal 2001 al 2006) e la Presidenza della provincia di Trapani (dal 2006 al 2008), ma anche un duraturo rapporto di fiducia con il boss Matteo Messina Denaro. Nel 2023 è stato condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, avendo – come attestato dalla sentenza d’Appello confermata dagli ermellini – «manifestato la propria disponibilità verso (o vicinanza a) Cosa Nostra dai primi anni ’80 del secolo scorso fino agli inizi dell’anno 2006» e assunto «impegni seri e concreti» a favore dell’associazione mafiosa. Sarà probabilmente l’ennesima coincidenza ma, dopo una latitanza durata 30 anni, Matteo Messina Denaro è stato arrestato il 16 gennaio 2023, appena un mese dopo dall’ingresso in carcere di D’Alì.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.