A Ginevra si è aperto il Dialogo globale delle Nazioni Unite sulla governance dell’intelligenza artificiale e il messaggio di benvenuto ai partecipanti è stato tanto sintetico quanto esplicito: le intelligenze artificiali vengono impiegate per “scopi sinistri”, quindi bisogna muoversi rapidamente per normare questo genere di strumenti, i quali procedono a un passo molto superiore rispetto alla velocità di reazione dei legislatori.
Adottando una prospettiva ottimista – se non addirittura utopica – il Segretario Generale António Guterres dipinge [1]l’avvento delle intelligenze artificiali come “il grande livellatore del ventunesimo secolo”, un fenomeno in grado di “comprimere decenni di sviluppo in una manciata di anni”. Tuttavia, l’ONU non manca di evidenziare formalmente l’ovvio: allo stato attuale, la direzione presa dall’implementazione tecnica non sta seguendo percorsi virtuosi, tutt’altro, e l’unico modo per raddrizzare il tiro è procedere con leggi coerenti, consapevoli e condivise.
Il primo luglio, in occasione del lancio del rapporto [2] La scienza è qui, Guterres si è dimostrato ancora più esplicito: “quanto più l’intelligenza artificiale avanza senza regole condivise, tanto meno governi e cittadini avranno voce in capitolo sui suoi esiti”, ha dichiarato, riassumendo poi il suo consiglio ai governi in due sole parole: “non aspettate”. Il documento, punto di partenza dell’attuale confronto ginevrino, si concentra perlopiù nell’evidenziare la generale incomprensione istituzionale degli strumenti di intelligenza artificiale e il mancato allineamento tra un apparato industriale che procede spedito e un’infrastruttura governativa impantanata in valutazioni infinite.
Se l’impostazione generale punta su un discorso più ampio, evitando di scendere in dettagli scabrosi che potrebbero immediatamente seminare divisioni tra i Paesi partecipanti al forum, l’apertura dell’evento non ha mancato di citare esempi applicativi delle intelligenze artificiali comunemente considerati nefasti. Annalena Baerbock, Presidente dell’Assemblea Generale, ha citato la questione dei deepfake nella prospettiva della sessualizzazione di soggetti ignari, soprattutto donne e minori. I minori, nello specifico, sono stati indicati come il principale motivo per cui si rende necessario introdurre rapide salvaguardie, sostenendo che nessuna azienda di IA dovrebbe poter raggiungere i giovani senza essere prima passata attraverso una verifica indipendente.
La questione dei minori, si sa, è insieme a quella del “terrorismo” la leva preferita con cui la classe politica introduce qualsiasi genere di tema per renderlo appetibile al discorso pubblico. Nessuno si opporrebbe alla tutela dei minori, mentre sarebbe ben più complesso discutere il ruolo dei deepfake nella società, definire dove finisce la parodia e comincia la diffamazione, o ancora di più responsabilizzare le aziende per i difetti dei loro prodotti, a prescindere che questi raggiungano bambini o adulti. Questi argomenti semplici servono però da contraltare a una questione decisamente più spinosa: quella del sempreverde divario digitale.
Problema annoso mai risolto, il “digital divide” continua a rappresentare un fattore di disuguaglianza a discapito dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, uno squilibrio che le IA stanno solo enfatizzando. Anzi, la diffusione esplosiva e acritica delle intelligenze artificiali in ogni aspetto della vita contemporanea sta alimentando disuguaglianza anche tra le nazioni che consideriamo pienamente sviluppate. Lo sviluppo di questi strumenti si sta concentrando su pochi poli di potere e su un numero limitato di aziende, una realtà che, in assenza di una legislazione adeguata, sta di fatto plasmando il ruolo della tecnologia, obbligando a uno stato di sottomissione chiunque non ne detenga le redini. In tal senso, abbiamo già visto [3]un esempio di questo approccio nel fatto che gli Stati Uniti hanno vietato, seppur brevemente, all’azienda Anthropic di distribuire i suoi migliori servizi agli utenti stranieri, danneggiando anche i suoi alleati.
Guterres chiede che non ci si limiti dunque a stanziare fondi per assecondare il progresso industriale, ma che vengano condivise risorse anche per sostenere le capacità di intelligenza artificiale nelle nazioni che non hanno i mezzi per competere con Cina, Stati Uniti e, in misura minore, Europa. Chiede inoltre maggiore trasparenza, affinché le imprese condividano in maniera chiara la quantità di risorse elettriche e idriche impiegate, nonché il tasso di emissioni prodotte. “L’IA può sembrare intangibile, ma la sua impronta non lo è”, ha fatto notare il Segretario Generale dell’ONU. “Entro il 2030 potrebbe consumare più elettricità di quasi tutte le nazioni del mondo, con l’eccezione di appena cinque, e una quantità d’acqua sufficiente a soddisfare per un anno intero i bisogni di tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana”.