Negli ultimi anni, gli apparecchi elettronici sono stati protagonisti di un progressivo aumento dei prezzi. Non perché i prodotti fossero migliori, anzi, si è spesso registrato un netto peggioramento del rapporto qualità-prezzo, ma perché chip e memorie sono diventati merce rara e altamente contesa, soprattutto con la corsa all’intelligenza artificiale. Ora, però, i rincari silenziosi non bastano più e le Big Tech annunciano esplicitamente aumenti al consumatore di centinaia di euro.
L’industria di GPU, RAM e, più in generale, semiconduttori ha sempre dimostrato [1] una certa difficoltà a soddisfare le richieste del mercato. Le fabbriche dedicate sono state a lungo concentrate in pochi poli produttivi – Taiwan su tutti – e riuscivano spesso a malapena a tenere il passo con la domanda di chi aveva bisogno di componenti ad alte prestazioni: videogiocatori esigenti e tecnici specializzati. La situazione si è poi esacerbata con l’avvento della febbre del blockchain, la quale ha richiesto hardware potente per il mining di criptovalute; quindi la pandemia ha inferto un’altra spallata.
Le case automobilistiche, ferme durante le quarantene, avevano sospeso gli ordini di microchip, salvo poi trovarsi a fare restock d’urgenza non appena il mondo è tornato a girare, causando un’improvvisa saturazione della domanda. I dazi statunitensi e il boom dell’intelligenza artificiale hanno ulteriormente accelerato la crisi, portandola a un punto di rottura. Mentre si cerca di costruire in fretta nuove fabbriche – che richiedono però tempo e, soprattutto, competenze difficili da reperire – le aziende esistenti vendono in blocco la loro produzione a realtà come OpenAI e Anthropic, impegnando contrattualmente anche le forniture future e saltando a piè pari [2] i settori tradizionali. Una crisi da carenza di semiconduttori che, secondo le stime di SK Group [3], leader sudcoreano del settore, potrebbe durare fino al 2030.
Facendo leva su questo contesto, ieri, giovedì 25 giugno, Apple ha annunciato con un comunicato stampa aumenti compresi tra il 15% e il 25% su tutti i suoi prodotti più popolari. Il MacBook Air, il portatile più accessibile dell’azienda, registra un rincaro di 200 euro e arriva a 1.449€; il MacBook Pro base sale di 300 euro, toccando i 2.249€; gli iPad lievitano di 160-200 euro a seconda del modello; i Mac mini, molto richiesti per applicazioni di IA agentica, costano 250 euro in più. Il balzo più drammatico spetta al Mac Studio M3 Ultra, che passa da 5.099 a 6.399 euro: uno scarto di 1.300 euro. L’azienda ha presentato la notizia come un male necessario, conseguenza dell‘insostenibilità dei costi delle componenti di base. Ciononostante, utenti e mercato non l’hanno accolta di buon grado, e il titolo Apple è crollato [4] in Borsa.
Cupertino non è però l’unica a sorprendere in negativo i consumatori. Anche Xbox, il brand videoludico di Microsoft, ha riservato una brutta sorpresa ai suoi clienti: a partire dal primo agosto, negli Stati Uniti, Xbox Series S e Series X riceveranno entrambe un rincaro, salendo rispettivamente a 500 e 800 dollari. Il modello da 2TB, il più costoso, verrà invece direttamente dismesso. È la terza volta che l’azienda ritocca il prezzo al rialzo, un fenomeno in controtendenza rispetto alle normali dinamiche di mercato: più un prodotto tech invecchia, più diventa obsoleto e meno dovrebbe valere.
Anche Xbox presenta [5] questo cambiamento come una scelta obbligata, conseguenza della “crisi dei componenti”, sorvola però sul fatto che Microsoft abbia avuto un ruolo tutt’altro che marginale nel creare questo contesto emergenziale, soffiando attivamente sul fuoco della corsa all’intelligenza artificiale. Per attutire l’impatto sui portafogli, l’azienda offre ai propri clienti la possibilità di ricorrere a servizi di Buy Now, Pay Later o a pagamenti rateali a tasso agevolato. La soluzione all’aumento di prezzi, in sostanza, è quindi quella di indebitarsi.